I vegani, che mangiano quinoa dal Perù e avocado dal Messico

La differenza tra seguire un regime alimentare e saper fare la spesa con coscienza

Numerosi detrattori della filosofia vegan si accaniscono contro l’accostamento di questo stile di vita ai concetti di eticità e sostenibilità.

Una delle principali accuse è che i vegani non possono definirsi “etici” perché “mangiano un sacco di quinoa e avocado”. I due prodotti, originari di paesi piuttosto poveri (come Perù e Bolivia e Messico), stanno vivendo un boom nella domanda. L’improvviso aumento della profittabilità dei due alimenti, in paesi caratterizzati da situazioni di povertà e diseguaglianza economica, ha dato origine a disordini socio-economici, corruzione, e addirittura a fenomeni di banditismo. Secondo alcuni, questi fenomeni sarebbero da imputare ai vegani, che li sostengono indirettamente attraverso il consumo dei prodotti in questione.

Ma i vegani non si possono neanche definire “sostenibili”.
Infatti l’aumento della domanda, e quindi della produzione di quinoa e avocado ha comportato l’aumento della deforestazione per far spazio alle monocolture di questi prodotti.
Per non parlare della soia. I vegani consumano tofu, tempeh, latte di soia, burger di soia…tutto di soia! Ed è proprio questo vegetale ad essere il colpevole della deforestazione di ettari ed ettari di foresta amazzonica ogni giorno.

Andiamo per punti:
L’avocado e la quinoa sono alimenti dalle incredibili proprietà benefiche, piacevoli al gusto e versatili in cucina. Questo non significa che rappresentino la maggior parte della dieta di un vegano, anzi, quella vegan è una dieta estremamente variata. Significa piuttosto che si sono guadagnati un posto d’onore nella cosiddetta “cucina healthy”, che riguarda tanto il mondo vegan quanto quello onnivoro.
Con il diffondersi di tendenze come la “cucina sana” e di nuove mode alimentari come il brunch (per me un avocado toast, grazie), non sono di certo “i vegani” a trascinare il consumo di questi alimenti, ma ne è responsabile tutta la società che segue i trend di oggi.
Per quanto riguarda la soia, invece, tra il 70% e l‘80% della produzione mondiale di questo vegetale, è destinata a nutrire gli animali da allevamento poi consumati dagli onnivori, che sono quindi i veri motori della domanda di soia (e quindi, della deforestazione amazzonica). Nonostante questi dati, c’è chi sostiene che in realtà, se diventassimo tutti vegani, la produzione di soia aumenterebbe a superare le quantità coltivate oggi per nutrire il bestiame. Ma è una teoria decisamente debole, soprattutto considerando che le mucche del mondo consumano ogni giorno circa 135 miliardi di libbre di cibo, mentre la popolazione umana ne mangia circa 21 miliardi.
Ma se davvero il consumo “vegano” di soia preoccupa cosi tanto, si pensi alle nuove alternative che oggi fioriscono nel mercato: non più hamburger di soia ma Beyond Meat; non più latte di soia ma latte d’avena, di riso, di cocco; non più gelato di soia ma gelato a base di anacardo, di cocco…

La verità è che tutte queste critiche hanno decisamente più a che vedere con il saper fare la spesa con buon senso, piuttosto che con l’adesione ad uno stile di vita vegano.

Prendiamo ad esempio queste “regole” per quando si fa spesa:

  • Km 0: prediligere prodotti non importati, provenienti quanto più possibile dalle regioni limitrofe alla zona dell’acquisto e del consumo
  • stagionalità: mangiare prodotti tipici del periodo dell’anno in corso, evitando prodotti che potrebbero essere importati da altre zone del mondo o coltivati con tecniche non sostenibili come l’utilizzo intensivo di celle frigo o serre riscaldate 
  • zero waste: evitare prodotti in packaging specialmente di plastica, comprare prodotti sfusi ultilizzando i propri barattoli o sacchetti riutilizzabili, portare le proprie borse al supermercato, etc…
  • tracciabilità: accertarsi della provenienza dei prodotti e prediligere filiere certificate e trasparenti
  • commercio equo-solidale: un tipo di commercio che contribuisce allo sviluppo sostenibile di paesi del “Sud del mondo” tramite la garanzia di migliori condizioni economiche e diritti ai produttori e ai lavoratori di quelle zone.

Se si seguono queste semplici abitudini, si evitano automaticamente gli acquisti che causano i disagi sociali menzionate in apertura.
Queste “regole” possono essere seguite da un vegano cosi come da un onnivoro: il tipo di regime alimentare non ha sempre a che vedere con l’applicazione del buon senso (o quasi…).

Ma bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare, e quindi poniamo l’accento sul fatto che a “parità di sostenibilità sociale”, una spesa totalmente vegetale sarà sempre e comunque più “etica” e “sostenibile” di una spesa onnivora. Infatti, l’acquisto di prodotti d’origine animale non può rientrare nella definizione di “spesa sostenibile” a causa dell’alto impatto ambientale che ha la produzione degli stessi. Inoltre, non può nemmeno dirsi “etica”, a causa delle crudeltà che gli animali subiscono negli allevamenti e nei macelli.
Insomma, una carota sarà comunque più sostenibile di una forma di parmigiano, e una manciata di farro sarà sempre più etica di un pezzo di vitello.