Il potere delle immagini

Perché pubblicare le immagini “forti” di macelli e allevamenti?

Gli attivisti per i diritti degli animali sono spesso criticati per l’utilizzo nei social di immagini provenienti da macelli e allevamenti, che possono ferire la sensibilità di chi guarda.

Ma perché lo fanno? La risposta breve è: perché nascondere la verità non cambia le cose. La risposta lunga è un po’ più complessa.

Bisogna innanzitutto considerare qual’è l’obiettivo di questi attivisti: fermare lo sfruttamento animale.


Per fare questo, c’è innanzitutto bisogno di mostrare questo sfruttamento, di renderlo vero, di far vedere cosa succede dietro ai muri di allevamenti e macelli.


Decenni di comunicazione promossa e/o finanziata dagli stessi produttori di carne e formaggio, hanno normalizzato il consumo di prodotti animali. Per farlo hanno dovuto nascondere quello che succede veramente tra le loro mura, promuovendo immagini fasulle di mucche felici e agnelli salterini.
Perché?
Perché il consumatore che vede la sofferenza e gli abusi subiti dagli animali è portato ad allontanarsi da quei prodotti smettendo di sostenere economicamente le aziende.

A pig dying on the kill floor at a Thai slaughterhouse.

Gli attivisti vogliono mostrare la verità, che assieme all’informazione, è la base del cambiamento.
Un attivista per i diritti degli animali non ha come obiettivo di dilettare il suo pubblico con immagini carine, ma ha quello di salvare gli animali attraverso la divulgazione della verità.

Se guardando certi video ci si sente frustrati, tristi, scossi, si possono trasformare queste emozioni in azioni, facendo qualcosa in più per cambiare le cose.
Queste immagini hanno il potere di avvicinare sempre più persone alla scelta vegan, ed in alcuni casi, di creare nuovi attivisti.

Inoltre, per quanto male ci si possa sentire davanti a certi filmati, l’animale che ha subito quelle atrocità si è sentito sicuramente peggio.
Non si può priorizzare la sensibilità di chi guarda rispetto alla necessità di salvare chi è vittima di abusi e sfruttamento.

Certo, questo è solamente uno dei molti approcci possibili per la sensibilizzazione del pubblico alle tematiche vegane, tuttavia è un approccio che, per quanto duro, va subito al punto e ha innescato il cambiamento in tante persone.

E poi, se quell’animale rinchiuso, ferito e disperato fossimo noi, preferiremmo che ci fosse qualcuno a mostrare la verità a tutti e cercare di aiutarci, o accetteremmo di restare nascosti per “rispettare la sensibilità altrui”?