“Vecchi” capi d’abbigliamento non vegani…che fare?

Diventando vegani, in molti si accorgono di avere in armadio molti capi realizzati con materiali di derivazione animale, che non si sposano più con i propri valori.

La questione è più intricata di quanto sembra, infatti ci sono diverse opinioni a riguardo.

C’è chi, da vegano, non vuole più indossare capi in pelle, pellicce, lana, per non far passare il messaggio che indossare indumenti d’origine animale sia accettabile. In questo caso una delle opzioni sarebbe buttare via ogni capo e accessorio non vegano. Questa, seppur comprensibile, è un’azione ben poco ecologica. Che senso ha combattere per la salvaguardia degli animali ma andare a produrre rifiuti che alimentano le nostre discariche e distruggono l’ambiente? 
Un’opzione più accettabile è quella di rivendere o donare. Questo però, significa re-immettere nel mercato capi derivati da materiali d’origine animale, e quindi andare a sostenere un mercato contro il quale ci si schiera apertamente. 

È un bel problema!

Altri ancora accettano il fatto che non sono sempre stati vegani, e che nel loro passato hanno acquistato capi di materiale animale. In questo caso quindi si opta per tenere i capi e continuare ad indossarli, per non produrre rifiuti inutili e non sostenere il mercato di questi prodotti. 

Per alcuni è impensabile l’idea di indossare, a contatto con il proprio corpo materiali come pellicce o pelle, senza pensare all’animale da cui provengono.

Per questo sono nate alcune iniziative, come per esempio quella di PETA, che invita a donare loro le pellicce. Queste vengono poi date in beneficienza ai senza tetto. In questo caso più che  sostenere un mercato, si tratta di donare ai più bisognosi, e da un certo punto di vista “riscattare” quelle pellicce.

Per chi non sopporta più di indossare certi vestiti, donare sembra la soluzione migliore. Bisogna però sincerarsi che le donazioni vadano direttamente ai più bisognosi e che non vengano reimmessi nel mercato. 

Purtroppo, non possiamo fare niente per cambiare il passato. La soluzione più pratica è quella di accettare chi si è stati prima, con altri valori e altre abitudini, ma adottarne di migliori per il presente ed il futuro.


È giusto che i bambini siano vegani?

Quando qualcuno cresce i suoi figli secondo una dieta vegana viene subito additato come qualcuno che “impone” qualcosa ai suoi figli. Ma c’è differenza tra “imposizione” e “educazione”.

L’educazione dei figli è un argomento delicato che pone importanti quesiti a ogni genitore. 

In molti si chiedono: che sia giusto “imporre” anche a mio figlio una decisione che ho preso io? E se la domanda non se la pone il genitore vegano, ci penserà sicuramente qualcuno al posto suo “ma il bambino…non lo farai mica mangiare vegano??”.

La nostra risposta sarebbe: “e perché mai non dovrei?!”

Un genitore, per definizione, è tenuto a prendere in prima persona le decisioni che riguardano il proprio figlio. Non si tratta di imporre, ma bensì di scegliere quella che si crede essere la strada giusta per il proprio bambino. In altre parole, di educare. 

La maggior parte dei vegani di oggi hanno fatto una scelta maturata con il tempo e l’informazione, ma sono probabilmente cresciuti mangiando ogni tipo di prodotto animale.
Questo perché, all’epoca, i loro genitori hanno considerato che quel tipo di dieta fosse la più adatta per loro.
Se crescere un figlio vegano viene visto come “un’imposizione” allora lo è egualmente crescere un figlio onnivoro. 

È ormai dimostrato su basi scientifiche che una dieta 100% vegetale e bilanciata è adatta e benefica ad ogni stadio della vita, comprese la fase neonatale e della prima infanzia. Infatti, molti prodotti animali sono stati correlati con certezza ad alcune gravi malattie che affliggono la nostra società (alcuni tipi di diabete, di cancro, disturbi cardiovascolari, obesità e altro). 

Far seguire a proprio figlio una dieta sana e bilanciata non può di certo essere una cattiva idea.

Due piccoli commenti su quest’ultimo punto:

  • Come mai sembra esservi più criticismo nei confronti di un genitore che sceglie di crescere il proprio figlio vegano piuttosto che verso un genitore che include nella dieta della propria prole prodotti da fast food, bibite gassate e zuccherate, merendine e altri cibi notoriamente deleteri per la salute? 
  • Anticipiamo la più classica delle domande: no, il latte materno non è escluso dalla dieta di un neonato vegano. È naturale che ogni mammifero si nutra del latte della propria madre nel primissimo stadio della sua vita. Il latte materno infatti comprende tutti i nutrienti necessari al piccolo per crescere sano e forte, e quindi, ove sia possibile, è sempre raccomandabile per ogni neonato.

Per finire, crescere un figlio vegan non significa solamente “propinargli” un certo tipo di dieta. 

È auspicabile che ogni genitore educhi il proprio figlio in un ottica di rispetto nei confronti di tutti gli animali e dell’ambiente:  la filosofia vegan è senza dubbio il metodo migliore per perseguire questo obiettivo.


Canada goose: stop alla nuova pelliccia

Il colosso dei parka si impegna a non acquistare più nuova pelliccia entro il 2022

Canada Goose, il colosso canadese dei parka. Tristemente celebre per l’utilizzo di vera pelliccia di coyote, proveniente principalmente dai cosiddetti “trapper”, ovvero cacciatori che catturano gli animali tramite trappole di vario genere.

L’utilizzo delle trappole in Canada non solo è consentito, ma è anche scarsamente regolato e controllato, lasciando di fatto ai cacciatori piena autonomia sulla gestione dei loro metodi. Per esempio, secondo la legge, dopo il posizionamento di una trappola, i cacciatori devono andare a controllare dopo qualche ora. Mancando qualsiasi tipo di controllo però, capita spesso che i cacciatori vadano a controllare anche dopo giorni, lasciando il povero animale in agonia per più di 48 ore.

Canada Goose non smetterà di utilizzare la pelliccia, ma utilizzerà solo pelliccia riciclata, e quindi già immessa nel mercato. Può sembrare una vittoria parziale, ma è pur sempre una vittoria, grazie a questo provvedimento infatti molti coyote verranno risparmiati.

Il nostro caloroso GRAZIE a tutti gli attivisti che da anni lavorano duramente per ottenere questo obiettivo! Canada Goose è sempre stato un osso duro rispetto a tanti altri brand che hanno abbandonato la pelliccia senza grosse resistenze.

Ma l’impegno non deve finire qui: Canada Goose utilizza ancora vera piuma d’oca all’interno dei suoi capi, un prodotto di pratiche crudeli e violente. Il prossimo step sarà quello di portare Canada Goose ad abbandonare la piuma, e siamo sicuri che ci riusciremo.


Come aiutare le api

Cosa fare se trovi un’ape in difficoltà

Spesso ci capita di trovare un’ape in difficoltà, ma non sempre siamo sicuri sul da farsi per aiutarla. Ecco qualche consiglio pratico!

Se trovi un’ape in piscina o in una pozza d’acqua:

Tirala fuori delicatamente, puoi usare le mani o aiutarti con una foglia, ma fai attenzione a non farla sentire costretta (non chiudere il pugno o toccarle le ali), cosi non ti pungerà.
Mettila in una zona soleggiata, cosicché possa asciugarsi. Evita però un luogo estremamente caldo come per esempio potrebbe essere l’asfalto o un oggetto di metallo. Prediligi il prato o una siepe.
Se l’ape è stata molto in acqua, probabilmente non ha la forza di volare. Per ridarle energie prepara una soluzione di acqua e zucchero o ancora meglio una goccia di sciroppo d’acero, mettila vicino all’ape (ma attenzione a non inondarla!). Dopo che ne avrà bevuto un po’ sarà pronta per riprendere il volo!

Se trovi un’ape indebolita dal freddo:

Se l’ape non si muove quando ti avvicini, significa che è troppo debole per volare. Raccoglila con delicatezza e portala al chiuso al caldo. Mettila in una scatola o in un contenitore, meglio chiuderla in una stanza per evitare che, riprendendosi voli per la casa.
Prepara la mistura di acqua e zucchero o lo sciroppo d’acero e mettine un po’ a disposizione dell’ape.
Monitora per qualche ora/per una notte, e quando l’ape appare in forze, mettila con la sua scatola all’esterno, durante il giorno e possibilmente scegliendo un orario soleggiato. Se si sarà ripresa, volerà via.


Se trovi un’ape con le ali rotte:

Purtroppo un’ape con una o entrambe le ali spezzate non può vivere a lungo. Questo non ci vieta però di regalarle ancora qualche giorno di vita!
Raccoglila delicatamente e mettila in una scatola o contenitore, possibilmente all’aperto.
Metti nella scatola anche qualche fiore appena raccolto, un po’ di terra, qualche goccia di sciroppo d’acero e un po’ d’acqua.
Mantieni questo habitat fintato che l’ape può restare con te.

Come aiutare le api, sempre:

Pianta nel tuo giardino/terrazzo piante come lavanda, girasole, rosmarino, calendula, timo…
Lascia fuori una ciotola d’acqua fresca con delle biglie al suo interno. In questo modo le api potranno abbeverarsi senza rischiare di finire in acqua.
Se trovi un alveare in giardino che può essere pericoloso, non provare a toglierlo e non chiamare la disinfestazione. Cerca un servizio di rilocazione di api. Se l’alveare non si trova in una zona troppo “pericolosa”, lascialo semplicemente dov’è. Resterà solamente per una stagione!

Nessun essere vivente è troppo piccolo per essere aiutato!


Annullata la corsa dei tori a pamplona

Anche quest’anno, il secondo di fila, la corsa dei tori di Pamplona è stata annullata a causa della pandemia.

La corsa dei tori di Pamplona è una tradizione tipica di questa città Spagnola, durante la quale, tra le varie tradizioni, vengono liberati dei tori nella città. Questi poveri animali, spaventati e confusi, corrono in mezzo alla gente che, cercando di scansarli, corre per le vie della città. I tori che, a loro malgrado, partecipano a questo festival, moriranno uccisi poi nelle corride, in cui arrivano già stremati e feriti.

Ciò che attrae le persone a questa barbara ricorrenza è apparentemente “l’adrenalina”.

Nessun tipo di adrenalina o eccitazione può giustificare tanta crudeltà, per questo vi chiediamo di intervenire.
Contattate l’organizzazione ufficiale al loro indirizzo email: info@pamplonafiesta.com. Esprimete il vostro dissenso per questa inumana tradizione. Di seguito un esempio di testo, in inglese, da inviare.

“As a European, I am ashamed to have this festival still on. You have a beautiful city with art and architecture to attract tourists and visitors, why would you choose to promote violence, cruelty and death? Please respect these bulls’ lives and stop this “festival” once and for all”.

Traduzione: “In quanto Europeo mi vergogno che questo festival esista ancora. Avete una bella città, piena d’arte e architettura per attrarre turisti e visitatori, come mai scegliete invece di promuovere violenza, crudeltà e morte? Per favore rispettate questi tori e annullate questo “festival” per sempre.”


Stop al commercio degli animali esotici

Una grande notizia per gli animali esotici, per decenni costretti a viaggi estenuanti, a rischio di morire, per finire in gabbie o acquari in casa degli italiani.
La settimana scorsa il senato ha approvato una legge di delegazione Europea, grazie alla quale, in Italia, sarà vietato importare, commerciare e detenere animali esotici.

Questo non significa che verranno sottratti gli animali esotici ad oggi posseduti, o che chi li possiede debba liberarli. Sarebbe infatti un provvedimento senza senso e crudele per degli animali che, cresciuti in cattività, non sopravviverebbero in un ambiente per altro cosi diverso da loro naturale. Significa che, semplicemente, d’ora in poi nessun altro animale esotico varcherà le frontiere del nostro paese.

Questo tipo di provvedimenti aiuta a fermare i fenomeni di cattura in natura o di allevamento di animali esotici, che mettono a rischio la biodiversità, un patrimonio che dobbiamo salvaguardare assolutamente.

Per saperne di più visita il sito di LAV, che ha combattuto a lungo per ottenere questa importante vittoria!


Diciamo addio agli squali

…interessano solo le loro pinne

Gli squali uccidono circa 10 persone all’anno. Gli esseri umani uccidono tra gli 11.000 e i 30.000 squali all’ora (fonte: seaspiracy).
Chi dovrebbe avere paura di chi?

Gli squali stanno sparendo.
Sono tra gli animali più antichi sul pianeta: si stima che popolino mari e oceani da circa 250 milioni di anni.
Eppure l’egoismo degli uomini è riuscito a condannare anche questa specie, che nel suo habitat rappresenta il vertice della catena alimentare

Gli squali vengono pescati soprattutto per:

  • le loro pinne: per la preparazione della famosa zuppa di pinne di squalo, un piatto particolarmente celebre in Cina ed in Vietnam (ma non solo), dove è considerato simbolo di prestigio e ricchezza e dove si pensa abbia addirittura dei benefici sulla salute e sulla prestanza sessuale;
  • l’olio di fegato: utilizzato nel trattamento alcuni tipi di pelle animale (cuoio), nei detergenti e come ingrediente nei profumi di alto livello;
  • la sua carne: consumata in diversi ricette in tutto il mondo compresi Stati Uniti, Sud America e Australia

Ma nella stragrande maggioranza dei casi, la parte redditizia dello squalo è considerata solamente la pinna: come fare per ottimizzare i costi?
La risposta arriva dallo shark finning ovvero lo “spinnamento“, una pratica indecente e inumana.
Durante la pesca, gli squali vengono trainati sul ponte dei pescherecci, dove gli vengono recise le pinne a vivo. Vengono poi ributtati in mare, ancora vivi ma senza pinne.
Le pinne sono fondamentali per i movimenti dello squalo: privati di queste, gli squali sprofondano sul fondale senza la possibilità di muoversi e agonizzano lentamente morendo per soffocamento o attaccati da altri animali.

Tramite queste pratiche brutali stiamo facendo sparire gli squali, che per loro biologia non producono molti eredi e hanno una crescita lenta, e che quindi, come specie, non possono assolutamente sopportare questi ritmi di pesca. E come se non bastasse, stiamo anche mettendo a repentaglio l’intero ecosistema.

Ma nella stragrande maggioranza dei casi, la parte redditizia dello squalo è considerata solamente la pinna: come fare per ottimizzare i costi?
La risposta arriva dallo shark finning ovvero lo “spinnamento“, una pratica indecente e inumana.
Durante la pesca, gli squali vengono trainati sul ponte dei pescherecci, dove gli vengono recise le pinne a vivo. Vengono poi ributtati in mare, ancora vivi ma senza pinne.
Le pinne sono fondamentali per i movimenti dello squalo: privati di queste, gli squali sprofondano sul fondale senza la possibilità di muoversi e agonizzano lentamente morendo per soffocamento o attaccati da altri animali.

Tramite queste pratiche brutali stiamo facendo sparire gli squali, che per loro biologia non producono molti eredi e hanno una crescita lenta, e che quindi, come specie, non possono assolutamente sopportare questi ritmi di pesca. E come se non bastasse, stiamo anche mettendo a repentaglio l’intero ecosistema.
Come detto sopra, lo squalo rappresenta il vertice della catena alimentare nel suo habitat, e la riduzione smodata di questa specie, provoca degli disequilibri lungo tutta la catena alimentare con effetti gravissimi.

Sea Shepherd è un’organizzazione non-profit che si batte per la conservazione marina e quindi anche per la salvaguardia degli squali. Sul loro sito potrai trovare numerose informazioni e firmare delle petizioni per fermare queste pratiche crudeli.
Fai la tua parte.


Gli acquari ed i parchi marini

Delfini, orche, foche: vivere in cattività

Gli acquari sono luoghi in cui vengono esposti pesci ed altri animali marini, che secondo noi dovrebbero invece essere lasciati in natura, liberi. Per quanta attenzione e cura gli operatori possano dare agli ospiti degli acquari, la cattività rappresenta una tortura lunga una vita.

La maggior parte degli animali marini in libertà, ha a disposizione il mare aperto o l’oceano, e molti pesci e cetacei sono abituati a percorrere grandi distanze a nuoto ogni giorno: un comportamento non replicabile in una vasca.

Da dove vengono gli animali marini degli acquari?
Alcuni nascono in cattività, mentre altri vengono catturati in natura, separati dalla loro famiglia (che a volte viene uccisa) e messi in un acquario per il resto dei loro giorni. Che vengano catturati o allevati, tutti devono affrontare lunghi viaggi per essere esposti, veneto sottoposti a situazioni estremamente stressanti che possono essere anche fatali.
Lo stesso vale per animali come foche, pinguini, tartarughe ete, spesso presenti negli acquari.

La situazione è addirittura peggiore nei parchi marini, strutture che offrono spettacoli e intrattenimento di vario genere con delfini, orche, foche, etc.
Nonostante l’Italia ospiti solo pochi di questi parchi e stia lentamente disponendo delle misure per la salvaguardia degli animali in cattività, questo tipo di attrazione è ancora diffuso in tutto il pianeta.

Gli esemplari dei parchi vengono spesso catturati nel loro ambiente naturale, anche se esistono dei programmi di riproduzione in cattività. Se avete visto Seaspiracy, avrete visto come in Giappone vengano catturati i delfini da mandare alle strutture di “intrattenimento”.


In queste strutture, gli animali sono costretti ad esibirsi in trucchetti e coreografie che imparano durante duri addestramenti, sottoposti ad uno stress che può segnarli per sempre fisicamente e psicologicamente.
Altre attività come il contatto diretto con gli animali (nuotare con i delfini) sono pericolose per gli animali, che vengono esposti a germi e batteri e rischiano lesioni per l’inesperienza delle persone.

In libertà questi animali hanno una vita sociale complessa, ma in questi ambienti vengono rinchiusi in solitudine nelle piscine. Questa reclusione è estremamente disturbante per l’animale, soprattutto per delfini e orche che si spostano sfruttando l’ecolocalizzazione. Per questi animali l’ecolocalizzazione consiste nell’utilizzo degli echi dei loro stessi suoni per stimare la posizione degli oggetti. Il riverbero sonoro nelle vasche dei parchi, diverso da quello in mare aperto, è estremamente disturbante per loro.
Per capire che cosa sperimentano delfini ed orche, il corrispettivo per un umano sarebbe cercare di orientarsi bendati in una cella vuota.

Il malessere dovuto dalla cattività si manifesta in vari modi:

  • aggressività tra simili e verso gli addestratori
  • autolesionismo: delfini e orche sbattono ripetutamente la testa ai bordi delle piscine
  • perdita dell’istinto a nuotare: alcuni esemplari si lasciano galleggiare a pelo dell’acqua
  • riduzione sensibile dell’aspettativa di vita: mente in natura un’orca può vivere fino a 60 anni, in cattività la vita media stimata è di circa 12

Non è un caso che gli “ospiti” dei parchi marini siano spesso trattati con antidepressivi.

La cattività, insomma, non è altro che vera e propria crudeltà nei confronti dell’animale, al fine di soddisfare, come sempre, gli sfizi e i capricci degli esseri umani.

Ovviamente le persone che guadagnano da questo business sostengono che gli animali non soffrano, nonostante ci siano numerosissime testimonianze di animali feriti, depressi e di addestramenti estenuanti e/o violenti.
Infatti, molti ex addestratori hanno abbandonato la loro professione proprio per denunciare le condizioni di questi animali, ricevendo non di rado minacce dai loro precedenti datori di lavoro tra cui il colosso statunitense Seaworld.

Esistono internet, i documentari, i libri di scienze: per conoscere gli animali non serve catturarli e rinchiuderli.
Esistono anche infinite attività che possano intrattenere l’uomo e che non presuppongano nessun tipo di sfruttamento.

Acquari e parchi marini devono diventare un triste ricordo del passato, per un presente in cui nessuno pretenda di divertirsi a spese di altri.

Se sei interessato a queste tematiche ti consigliamo il libro “Beneath the Surface” ed i documentari su Netflix “Blackfish” e “Seaspiracy“.


Fast Fashion

Quanto costa (veramente) il tuo vestito?

Chi di noi dice di non aver mai acquistato da brand come Zara, H&M o Forever21, probabilmente mente.
Il fast fashion è una continua tentazione, i capi proposti sono copie (più economiche) di quelli che sfilano sulle passerelle.

Ma come mai quei vestiti costano cosi poco? Ci sono forse dei costi nascosti?

Il modello Fast Fashion è un sistema che disegna, produce e distribuisce il più velocemente possible, e che propone sul mercato una grandissima varietà di prodotti permettendo ai consumatori di acquistare una grande quantità di moda a un prezzo basso.

Il lead time è il tempo che un prodotto impiega a percorrere tutta la filiera, dal disegno all’acquisto.
Nel 2012 Zara ha avuto un lead time di 2 settimane, Forever21 di 6 e H&M di 8. 

Purtroppo, a livello sociale ed ambientale, il prezzo di questa rapidità è molto alto.

Il settore moda produce circa il 10% delle emissioni di CO2 globali, un dato che è previsto in aumento del 60% entro il 2030. Inoltre quest’industria utilizza enormi quantità di acqua e inquina fiumi e mari tramite suoi processi produttivi.

Il mondo Fast Fashion non fa che amplificare questi effetti negativi sull’ambiente, non solo tramite la produzione, ma anche attraverso la promozione di un approccio alla moda che incentiva un consumo smodato e un continuo ricambio di vestiario, dove il “vecchio” capo che viene buttato per fare spazio al nuovo non ha che qualche mese, o nella migliore delle ipotesi, qualche anno. L’ormai antico concetto di “rammendare” e “riparare” ha lasciato il palco al “comprarlo nuovo” e l’atteggiamento per il quale le nostre madri e nonne conservano abiti vecchi di decenni è completamente sorpassato.
Mondialmente consumiamo circa 80 miliardi di nuovi capi d’abbigliamento ogni anno: il 400% in più dei consumi di 20 anni fa.
Un americano medio, produce 38 chilogrammi di rifiuti tessili ogni anno: la gran parte degli abiti acquistati finisce prestissimo nelle discariche, per far posto all’ultima, nuova, economica collezione.
Si stima che un camion pieno di vestiti viene bruciato o sepolto nelle discariche ogni secondo.

Ma a pagare caro il prezzo economico della fast fashion, sono anche i lavoratori impiegati in queste filiere.
L’80% dei capi d’abbigliamento viene prodotto da giovani donne tra i 18 ed i 24 anni, spesso in condizioni insalubri e con orari massacranti.
Nel 2018 il Dipartimento del Lavoro americano ha provato l’utilizzo di lavoro minorile e lavoro forzato in Argentina, Bangladesh, Brasile, Cina, India, Filippine, Vietnam: i paesi in cui viene prodotta la stragrande maggioranza dei vestiti che troviamo nelle grosse catene di fast fashion.

Questa è solo una panoramica molto generale dell’impatto che la fast fashion ha su ambiente e società, segui karmadillos.org per scoprire di più!

(Fonte: impakt.com).


Greenwashing

Un termine sempre più usato, ma cosa significa?

Greenwashing è un termine coniato prendendo ispirazione dalla parola “whitewashing” termine che sta ad indicare le azioni di un’azienda o organizzazione tese a coprire eventuali avvenimenti scandalosi o negativi, presentando i fatti in maniera fuorviante.
Allo stesso modo, “greenwashing” rappresenta la volontà di un’organizzazione o azienda di dipingersi al pubblico come attenta all’ecologia e alla salvaguardia dell’ambiente, presentando fatti falsi o fuorvianti.
Significa, insomma, “mentire” al consumatore cercando di capitalizzare sulla crescente domanda di prodotti ecologici, salutari e naturali.

Nonostante alcuni degli impegni “green” pubblicizzati dalle aziende siano veritieri, altri sono semplici bugie.
Certe aziende investono più risorse nella creazione di una comunicazione fuorviante, piuttosto che nel minimizzare davvero il loro impatto ambientale.

Le modalità attraverso cui le aziende attuano il greenwashing sono diverse:

  • modifiche al nome dei prodotti e del brand
  • modifiche del logo e dei motti delle aziende
  • cambio delle grafiche, colori e packaging dei prodotti
  • vere e proprie campagne di comunicazione non supportate da fatti concreti
  • utilizzo di termini vaghi e fuorvianti come “naturale”, “green”, “biologico”, “eco-friendly”….

Il termine greenwashing è apparso per la prima volta in uno studio degli anni ’80, facendo riferimento al fenomeno per il quale molti hotel invitano i propri ospiti a riutilizzare gli asciugamani per la salvaguardia dell’ambiente, quando il vero obiettivo è quello di risparmiare sui costi di lavanderia.

Quando un’azienda ha un vero impegno nei confronti dell’ambiente, non solo lo comunica, ma ne fornisce anche le prove.
Se si ha un dubbio su ciò che un’azienda comunica in merito all’impatto ecologico dei suoi prodotti, servizi o processi, è bene controllare il loro sito o contattarli per richiedere ulteriori informazioni. Se ciò che dicono è vero sarà possibile consultare dati, report, e altri elementi oggettivi a sostegno delle loro affermazioni.

Al giorno d’oggi è più importante che mai che le aziende assumano un vero e proprio impegno nei confronti dell’ambiente. Per questo, da consumatore, ognuno di noi ha il dovere di informarsi e supportare solo chi ha a cuore, per davvero, la salvaguardia del pianeta.

(Fonti investopiedia.com e businessnewsdaily.com