YSL dice basta alla pelliccia

Grazie alla pressione degli attivisti, anche questo importante marchio di moda ha detto basta alla pelliccia!

L’attivismo fa la differenza!
Lo dimostra l’importante risultato ottenuto nel campo della moda, con un altro brand che dice basta alla pelliccia.


Dopo 3 mesi di pressioni e manifestazioni davanti ai loro negozi, YSL ha deciso di eliminare la pelliccia dalle sue collezioni.

Ma non è tutto! Il gruppo Kering, di cui Saint Laurent fa parte, ha annunciato che nessuno dei suoi brand farà più uso di pelliccia.


Un’altro passo verso una moda più compassionevole che guarda agli animali per quello che sono: esseri senzienti che, come noi, vogliono essere lasciati liberi di vivere la propria vita.

Chi sarà il prossimo? Si vocifera gia che il prossimo brand a essere preso di mira dalle principali associazioni sia Moncler…e non vediamo l’ora!

Se hai la possibilità, partecipa ad azioni di attivismo a favore dei diritti degli animali. Probabilmente ci sono dei gruppi attivi nella tua zona, ad oggi praticamente ogni città ha il suo gruppo di attivisti.
L’attivismo cambia il mondo!


La mattanza di 1400 delfini e la revisione delle tradizioni nelle Faroe Island

Il Primo Ministro si pronuncia in seguito alla strage di delfini nelle Faroe Island

In seguito all’uccisione di più di 1400 delfini in un’unica battuta di caccia nelle Faroe Island, il mondo si è indignato e ha condiviso la sua rabbia sui social media.

Nel giro di qualche giorno sono fioccati articoli e post da migliaia di voci che gridavano allo scandalo per questa terribile tradizione, ancora in voga nelle Faroe Island, in cui centinaia di delfini (ma anche balene e altri cetacei) perdono la vita nel più violento dei modi.

E si sa, quando viene minacciata l’immagine di un paese, ecco che c’è subito una reazione.
Infatti, pochi giorni fa, il Primo Ministro delle Faroe Island ha annunciato che questa pratica cruenta verrà “rivalutata” assieme al ruolo che la stessa ricopre nella tradizione della loro società. Ha voluto inoltre ribadire, che si tratta pur sempre di una pesca “sostenibile”.
Posto che, in un ecosistema allo stremo come il nostro, nessuna pesca potrà mai essere sostenibile, sottolineano come, soprattutto, nessuna pesca può essere non-violenta e non-crudele.
Nessuna tradizione, inoltre, sarà mai sufficientemente importante da giustificare degli atti cosi tremendi e disumani ai danni di animali innocenti.

Speriamo che il Primo Ministro possa prendere questa questione con la giusta serietà e che si tratti di un piccolo passo nella giusta direzione per l’abolizione definitiva di questa pratica orrenda.


La verità sulla lana

Perché la tosatura non è un “favore” alla pecora

È opinione comune che la tosatura della pecora da parte dell’uomo sia una situazione di win-win: la pecora viene liberata dall’eccesso di lana e l’uomo riceve un materiale tessile per farcisi i vestiti.

Ebbene, non è proprio cosi.

Innanzi tutto, partiamo dal dire che la lana viene prodotta dall’animale come isolamento dagli agenti esterni. Quando la pecora viene tosata diventa molto più suscettibile al freddo, al caldo e agli altri agenti atmosferici. Può sembrare un “niente di che” ma quando gli animali vengono tenuti in ambienti non protetti dalle temperature esterne, questo mancato isolamento può essergli anche fatale.

In secondo luogo, è vero, le pecore da lana, devono essere tosate. Perché? 
La risposta la troviamo nelle selezioni genetiche a cui questa specie è stata sottoposta. 
Cosi come abbiamo geneticamente selezionato polli, mucche e maiali perché fossero più grossi e producessero più carne più velocemente, lo stesso è stato fatto per le pecore. Il fine è quello di ottenere più lana rispetto a quella che una pecora sarebbe in grado di produrre “in natura”.

Ancora una volta quindi, l’uomo ha vestito i panni di Madre Natura per ottenere “il massimo” dagli animali, considerando le pecore delle mere “risorse”.

Infine, gli animali che vengono sottoposti alla tosatura soffrono spesso per i metodi utilizzati, che gli procurano dolore e paura. 
I lavoratori preposti alla tosatura delle pecore, infatti, vengono pagati solamente in base alle quantità di lana prodotte, e non alle ore lavorate. Va da sé che il loro obiettivo è quello di ottenere la maggior quantità di lana possibile nel minor tempo possibile, a scapito, ovviamente, delle pecore.

Alcune indagini sotto copertura, compiute specialmente da Peta (in 100 strutture di tosatura distribuite su 4 continenti) hanno documentato come questi animali vengano brutalmente maneggiati e immobilizzati durante il processo, come spesso vengano mutilati e tagliati e se necessario ricuciti sul posto, senza anestesia.
Messi in queste situazioni gli animali cercano di fuggire e urlano per venire liberati. 
Per saperne di più in merito agli exposé sulla lana condotti da Peta, clicca qui

Un altro oscuro segreto dell’industria della lana è il “mulesing”. 
Si tratta della scuoiatura senza anestesia della parte posteriore delle pecore (zona perianale: sedere, coda…) che hanno tra le 2 e le 10 settimane di vita. Il tessuto si cicatrizza in modo da formare meno lana e pieghe andando ad evitare il deposito di larve di parassiti e insetti che potrebbero creare problemi di salute o la morte della pecora risultando cosi in una perdita economica per l’allevatore.

Questa pratica è stata più e più volte denunciata per la sua crudeltà, e grazie a questo sta è sempre meno diffusa. Il mulesing sta diventando desueto, e in alcuni paesi è stato anche reso illegale, ma non dappertutto: è ancora diffusissimo in Australia, dove però si produce circa il 75% della lana utilizzata nell’industria dell’abbigliamento di tutto il mondo. (fonte: Four Paws International)

Tutto questo non vale solamente per le pecore, ma per tutti gli animali che vanno in contro ai processi di tosatura e il cui vello viene utilizzato nell’industria della moda.

Ci sono ormai moltissime alternative cruelty-free e vegane alla lana: velluto, ciniglia, modal, alcune lavorazioni del cotone, del bambù o della canapa. 
Non ci sono invece più scusanti per continuare a sostenere un settore cosi crudele con gli animali.


I vegani e…i canini

Se è vero che non siamo nati carnivori, perché abbiamo i canini?

Nulla da più sui nervi di quando un vegano vuole convincere un non-vegano del fatto che l’uomo non è un animale carnivoro e nemmeno onnivoro. 

I denti canini sono associati alla lacerazione delle carni, e sono quindi secondo molti la prova schiacciante del fatto che l’essere umano sia, in effetti, un animale carnivoro.

Ma non è proprio cosi.

Infatti, il mondo animale abbonda di animali notoriamente ed esclusivamente erbivori che però hanno dei canini appuntiti.
Uno fra tutti il gorilla, che dispone di 4 denti canini ben più pronunciati e “affilati” di quelli dell’uomo. Eppure, questo affascinante animale si nutre esclusivamente di alimenti 100% vegetali, fatta eccezione per qualche piccolo insetto (per il quale non serve di certo nessun canino…).

Altri esempi di animali erbivori ma con canini affilati sono il cervo muschiato, alcuni babbuini, gli ippopotami…perfino i cammelli hanno 2 paia di canini appuntiti!

Perché anche alcuni erbivori hanno i canini? Principalmente i canini servono nei confronti violenti tra esemplari della stessa specie, oppure, come nel caso del cammello, per aiutare nella masticazione di alcuni elementi vegetali molto duri come alcuni tipi di pianta legnosa. 

Inoltre, non bastano di certo 4 denti a provare la nostra appartenenza al gruppo di carnivori e/o onnivori, ecco qualche altro dato di confronto tra le caratteristiche fisiche degli esseri umani rispetto a quelle di carnivori e onnivori, che rendono gli stessi adatti a cacciare e nutrirsi di prede animali:

1) I carnivori hanno la mascella fissa e che si muove solo in senso verticale adatta ad afferrare e smembrare la preda. Gli umani, come gli erbivori e i frugivori, hanno una mascella mobile che si può muovere anche lateralmente per la masticazione dei vegetali.

2) I carnivori hanno degli artigli retrattili e affilati al fine di afferrare e smembrare la preda, gli esseri umani hanno delle mani senza artigli, come quelle dei frugivori, più adatte a prendere e raccogliere frutti e altri tipi di piante e semi.

3) L’intestino dei carnivori è circa 5 volte la lunghezza del loro tronco, mentre quello degli umani è circa 10 volte la lunghezza del tronco, altro elemento comune con gli altri frugivori.

4) I carnivori possiedono un enzima che si chiama uricasi e che serve a digerire l’acido urico presente nella carne, gli esseri umani ne sono sprovvisti.

5) I carnivori hanno un ph gastrico molto basso che gli permette di digerire la carne e di uccidere i batteri tipicamente presenti nella carne morta. Gli umani hanno un ph gastrico neutro (ph più elevato rispetto ai carnivori), proprio come gli altri erbivori e frugivori. 

Quindi, seppur vero che nella preistoria i nostri antenati hanno dovuto iniziare a mangiare la carne per necessità di sopravvivenza (cosa che per fortuna non è più necessaria al giorno d’oggi), le evidenze scientifiche ci indicano che, senza ombra di dubbio, non siamo carnivori né onnivori di natura. 


Canada goose: stop alla nuova pelliccia

Il colosso dei parka si impegna a non acquistare più nuova pelliccia entro il 2022

Canada Goose, il colosso canadese dei parka. Tristemente celebre per l’utilizzo di vera pelliccia di coyote, proveniente principalmente dai cosiddetti “trapper”, ovvero cacciatori che catturano gli animali tramite trappole di vario genere.

L’utilizzo delle trappole in Canada non solo è consentito, ma è anche scarsamente regolato e controllato, lasciando di fatto ai cacciatori piena autonomia sulla gestione dei loro metodi. Per esempio, secondo la legge, dopo il posizionamento di una trappola, i cacciatori devono andare a controllare dopo qualche ora. Mancando qualsiasi tipo di controllo però, capita spesso che i cacciatori vadano a controllare anche dopo giorni, lasciando il povero animale in agonia per più di 48 ore.

Canada Goose non smetterà di utilizzare la pelliccia, ma utilizzerà solo pelliccia riciclata, e quindi già immessa nel mercato. Può sembrare una vittoria parziale, ma è pur sempre una vittoria, grazie a questo provvedimento infatti molti coyote verranno risparmiati.

Il nostro caloroso GRAZIE a tutti gli attivisti che da anni lavorano duramente per ottenere questo obiettivo! Canada Goose è sempre stato un osso duro rispetto a tanti altri brand che hanno abbandonato la pelliccia senza grosse resistenze.

Ma l’impegno non deve finire qui: Canada Goose utilizza ancora vera piuma d’oca all’interno dei suoi capi, un prodotto di pratiche crudeli e violente. Il prossimo step sarà quello di portare Canada Goose ad abbandonare la piuma, e siamo sicuri che ci riusciremo.


Ricomincia il festival di Yulin

Il festival della carne di cane (e gatto) a Yulin, in Cina, è ricominciato

Il 21 Giugno 2021 è ricominciato a Yulin, in Cina, il festival della carne di cane.
Questo terribile avvenimento annuale celebra la tradizione, diffusa non solo in Cina ma in molti paesi asiatici, di mangiare la carne di cane e di gatto.

Durante 10 giorni cani e gatti saranno torturati e uccisi, spesso venendo bolliti vivi, per essere trasformati in cibo per i partecipanti.
Non bastasse l’orrore che questo festival incarna, sono sempre di più le testimonianze secondo le quali i cani ed i gatti uccisi al Festival Yulin vengono raccolti tra i randagi e addirittura rubati alle famiglie. È possibile vedere, infatti, cani e gatti che vengono macellati con ancora il loro collare addosso.
Le quantità richieste per il festival infatti sono superiori ai numero di animali che è possibile allevare, e per questo si cercano “fonti alternative”.

Questa ricorrenza ci indigna e ci sconvolge ogni anno, un po’ per le immagini cruente che vengono diffuse e un po’ perché qui da noi, cani e gatti sono membri della famiglia.
Eppure migliaia di altri animali vengono uccisi nello stesso modo proprio nelle nostre città e nei nostri paesi, per lo stesso motivo.
Che differenza fa se l’animale che viene strappato alla propria famiglia, isolato, torturato e ucciso è un cane o un vitello?
Che differenza fa se le violenze avvengono durante un festival, pubblicamente, o dietro alle porte chiuse di un macello o di un allevamento?
Nessuna.

Il festival di Yulin deve essere fermato, e con esso qualsiasi violenza su qualsiasi animale.
Ricorda anche che il festival di Yulin è solo un evento, ma la carne di cane e gatto viene consumata abitualmente in Cina, Indonesia, Vietnam e altre parti dell’Asia. Questo terribile mercato va combattuto tutto l’anno.

Se vuoi aiutare, ecco cosa puoi fare:
Sostieni le associazioni direttamente attive sul campo come Human Society International o Slaughterhouse Survivors. Queste associazioni salvano e cercano di trovare una casa per gli animali.
Diffondi tutte le notizie che trovi in merito al mercato della carne di cane e di gatto, non solamente durante Yulin e non solamente con riferimento alla Cina.
Diventa vegan: aiuta a creare un mondo in cui nessun animale è visto come cibo.


Come aiutare le api

Cosa fare se trovi un’ape in difficoltà

Spesso ci capita di trovare un’ape in difficoltà, ma non sempre siamo sicuri sul da farsi per aiutarla. Ecco qualche consiglio pratico!

Se trovi un’ape in piscina o in una pozza d’acqua:

Tirala fuori delicatamente, puoi usare le mani o aiutarti con una foglia, ma fai attenzione a non farla sentire costretta (non chiudere il pugno o toccarle le ali), cosi non ti pungerà.
Mettila in una zona soleggiata, cosicché possa asciugarsi. Evita però un luogo estremamente caldo come per esempio potrebbe essere l’asfalto o un oggetto di metallo. Prediligi il prato o una siepe.
Se l’ape è stata molto in acqua, probabilmente non ha la forza di volare. Per ridarle energie prepara una soluzione di acqua e zucchero o ancora meglio una goccia di sciroppo d’acero, mettila vicino all’ape (ma attenzione a non inondarla!). Dopo che ne avrà bevuto un po’ sarà pronta per riprendere il volo!

Se trovi un’ape indebolita dal freddo:

Se l’ape non si muove quando ti avvicini, significa che è troppo debole per volare. Raccoglila con delicatezza e portala al chiuso al caldo. Mettila in una scatola o in un contenitore, meglio chiuderla in una stanza per evitare che, riprendendosi voli per la casa.
Prepara la mistura di acqua e zucchero o lo sciroppo d’acero e mettine un po’ a disposizione dell’ape.
Monitora per qualche ora/per una notte, e quando l’ape appare in forze, mettila con la sua scatola all’esterno, durante il giorno e possibilmente scegliendo un orario soleggiato. Se si sarà ripresa, volerà via.


Se trovi un’ape con le ali rotte:

Purtroppo un’ape con una o entrambe le ali spezzate non può vivere a lungo. Questo non ci vieta però di regalarle ancora qualche giorno di vita!
Raccoglila delicatamente e mettila in una scatola o contenitore, possibilmente all’aperto.
Metti nella scatola anche qualche fiore appena raccolto, un po’ di terra, qualche goccia di sciroppo d’acero e un po’ d’acqua.
Mantieni questo habitat fintato che l’ape può restare con te.

Come aiutare le api, sempre:

Pianta nel tuo giardino/terrazzo piante come lavanda, girasole, rosmarino, calendula, timo…
Lascia fuori una ciotola d’acqua fresca con delle biglie al suo interno. In questo modo le api potranno abbeverarsi senza rischiare di finire in acqua.
Se trovi un alveare in giardino che può essere pericoloso, non provare a toglierlo e non chiamare la disinfestazione. Cerca un servizio di rilocazione di api. Se l’alveare non si trova in una zona troppo “pericolosa”, lascialo semplicemente dov’è. Resterà solamente per una stagione!

Nessun essere vivente è troppo piccolo per essere aiutato!


Bloccato il regolamento per aiutare i cavalli delle botticelle

Roma: i cavalli restano nel centro storico di Roma

A Roma sembrava una mezza vittoria, quella di spostare i cavalli delle botticelle dal centro storico di Roma alle ville storiche come Villa Borghese e Villa Pamphilj. Solo mezza perché, la vera vittoria sarebbe quella di vedere i cavalli definitivamente liberi da questa tortura, e vedere le persone usare le proprie gambe.

Eppure niente, secondo i giudici non si sono offerte delle adeguate misure e aiuti finanziari per gli operatori delle botticelle al fine di adeguarsi al nuovo cambiamento.

Così, in un’estate che si preannuncia caldissima, a rimetterci sono ancora una volta questi poveri animali che dovranno fare i conti con l’asfalto rovente ed il chiasso e lo smog del traffico per portare in giro turisti pigri.

L’egoismo dell’uomo ha, ancora una volta, la meglio. Quanti altri cavalli vogliamo vedere stramazzare a terra?


EU: stop alle gabbie negli allevamenti

Il Parlamento Europeo ha votato: basta agli animali allevati in gabbia

Il Parlamento Europeo ha votato per bannare l‘utilizzo delle gabbie negli allevamenti, e per vietare contestualmente sul suo territorio l’importazione e la vendita di prodotti provenienti da animali allevati in gabbia. Il tutto entro il 2027.

Il prossimo passo è l’approvazione da parte della Commissione Europea.

Questo significherebbe la fine di una vita confinata per migliaia di galline, maiali, oche, vitelli etc…

Non si tratta, chiaramente, di una vittoria finale, ma sicuramente di un grande passo nella giusta direzione. Speriamo che questo voto rappresenti anche una maggiore sensibilizzazione da parte di chi governa, che finalmente possa aprire gli occhi su un’industria crudele che dev’essere fermata.

Speriamo di vedere presto un mondo senza sfruttamento animale, in cui non solo vengono abolite le gabbie, ma anche gli allevamenti!
#dreambig


L’uccisione del Gorilla Harambe

Qualche giorno fa si ricordava la tragica uccisione del Gorilla Harambe, vittima dei capricci dell’uomo che vede gli altri animali come fonti di intrattenimento.

Il Gorilla Harambe nacque in cattività, in uno zoo Texano, per poi essere spostato nello zoo di Cincinnati che sarà, anni dopo, il teatro del triste “incidente” che andiamo a raccontare.

Nel Maggio del 2016, un bambino di tre anni, portato dai genitori in visita allo zoo, superò il recinto dei gorilla, finendo con una caduta di circa 4 metri in un fossato all’interno della zona abitata da questi primati.
Nonostante i funzionari dello zoo fossero riusciti a far allontanare due femmine dal malcapitato, Harambe era troppo incuriosito dal bambino e lo raggiunse, prelevandolo. 
Vista la forza del gorilla, e lo stress a cui lo stesso era sottoposto, un po’ per l’eccitazione del momento e un po’ per le urla dei visitatori che assistevano alla scena, si iniziò a temere per la vita del bambino.

La decisione presa dallo zoo fu quella di fucilare Harambe, con un solo colpo letale.

Le reazioni in tutto il mondo (un video dell’accaduto fu caricato su Youtube) furono di rabbia e protesta per la decisione presa dallo zoo.

L’uccisione di Harambe dette origine a dibattiti per una “miglior sicurezza negli zoo”, al fine di evitare altri tragici incidenti di questo tipo.
Noi crediamo che non sia una questione di “miglior sicurezza”, ma che debba essere messa in discussione l’esistenza stessa di queste strutture. 

Nonostante alcuni parchi zoologici millantino degli sforzi per la conservazione degli animali, sono più unici che rari i casi di reinserimento in natura, avvenimento che per altro ha un’alta probabilità di fallimento in quanto un animale cresciuto in cattività, difficilmente riesce a sopravvivere in habitat naturale. 

Anche negli zoo più accorti, l’animale si trova pur sempre in cattività. Confinato in uno spazio allo scopo di intrattenere i visitatori o essere studiato nei suoi comportamenti. Gli studi comportamentali, tra l’altro, si sono rivelati ben meno utili di quanto si credesse, perché l’animale in cattività non si comporta come l’animale libero.

Ci sono poi alcuni zoo, quelli peggiori, che vedono l’animale come puro elemento lucrativo. In alcuni ambienti infatti, è risaputo che gli zoo vendano gli esemplari più vecchi e meno “belli” a ranch di caccia o altre strutture in cui l’animale fa decisamente una brutta fine.  

Seppur molte strutture zoologiche si impegnino per dare ai loro “ospiti” una vita dignitosa, invitiamo a non sostenere queste realtà che tengono prigionieri degli animali, nati per essere liberi. 

Ma se gli zoo chiudono, gli animali dove vanno? Esistono numerosi santuari, sparsi nel mondo, specializzati nell’ospitare diverse specie animali, che esistono apposta per dare rifugio agli esemplari che non possono essere reinseriti in natura. Degli ambienti in cui gli animali hanno un enorme spazio a disposizione, in cui vengono lasciati liberi senza dover sentire gli schiamazzi dei visitatori che pagano per vedere un animale in gabbia.