“Vecchi” capi d’abbigliamento non vegani…che fare?

Diventando vegani, in molti si accorgono di avere in armadio molti capi realizzati con materiali di derivazione animale, che non si sposano più con i propri valori.

La questione è più intricata di quanto sembra, infatti ci sono diverse opinioni a riguardo.

C’è chi, da vegano, non vuole più indossare capi in pelle, pellicce, lana, per non far passare il messaggio che indossare indumenti d’origine animale sia accettabile. In questo caso una delle opzioni sarebbe buttare via ogni capo e accessorio non vegano. Questa, seppur comprensibile, è un’azione ben poco ecologica. Che senso ha combattere per la salvaguardia degli animali ma andare a produrre rifiuti che alimentano le nostre discariche e distruggono l’ambiente? 
Un’opzione più accettabile è quella di rivendere o donare. Questo però, significa re-immettere nel mercato capi derivati da materiali d’origine animale, e quindi andare a sostenere un mercato contro il quale ci si schiera apertamente. 

È un bel problema!

Altri ancora accettano il fatto che non sono sempre stati vegani, e che nel loro passato hanno acquistato capi di materiale animale. In questo caso quindi si opta per tenere i capi e continuare ad indossarli, per non produrre rifiuti inutili e non sostenere il mercato di questi prodotti. 

Per alcuni è impensabile l’idea di indossare, a contatto con il proprio corpo materiali come pellicce o pelle, senza pensare all’animale da cui provengono.

Per questo sono nate alcune iniziative, come per esempio quella di PETA, che invita a donare loro le pellicce. Queste vengono poi date in beneficienza ai senza tetto. In questo caso più che  sostenere un mercato, si tratta di donare ai più bisognosi, e da un certo punto di vista “riscattare” quelle pellicce.

Per chi non sopporta più di indossare certi vestiti, donare sembra la soluzione migliore. Bisogna però sincerarsi che le donazioni vadano direttamente ai più bisognosi e che non vengano reimmessi nel mercato. 

Purtroppo, non possiamo fare niente per cambiare il passato. La soluzione più pratica è quella di accettare chi si è stati prima, con altri valori e altre abitudini, ma adottarne di migliori per il presente ed il futuro.


YSL dice basta alla pelliccia

Grazie alla pressione degli attivisti, anche questo importante marchio di moda ha detto basta alla pelliccia!

L’attivismo fa la differenza!
Lo dimostra l’importante risultato ottenuto nel campo della moda, con un altro brand che dice basta alla pelliccia.


Dopo 3 mesi di pressioni e manifestazioni davanti ai loro negozi, YSL ha deciso di eliminare la pelliccia dalle sue collezioni.

Ma non è tutto! Il gruppo Kering, di cui Saint Laurent fa parte, ha annunciato che nessuno dei suoi brand farà più uso di pelliccia.


Un’altro passo verso una moda più compassionevole che guarda agli animali per quello che sono: esseri senzienti che, come noi, vogliono essere lasciati liberi di vivere la propria vita.

Chi sarà il prossimo? Si vocifera gia che il prossimo brand a essere preso di mira dalle principali associazioni sia Moncler…e non vediamo l’ora!

Se hai la possibilità, partecipa ad azioni di attivismo a favore dei diritti degli animali. Probabilmente ci sono dei gruppi attivi nella tua zona, ad oggi praticamente ogni città ha il suo gruppo di attivisti.
L’attivismo cambia il mondo!


Pelliccia finta: si o no?

Dal messaggio veicolato ai materiali, quello delle fake fur è un argomento controverso, anche tra i vegani

Essere vegan, si sa, non significa solo non mangiare prodotti di origine animale, ma anche prendere posizione nei confronti di tutte quelle industrie che sfruttano e uccidono gli animali: moda, intrattenimento, sperimentazione…

Per quanto riguarda la moda, le alternative “cruelty free” sono in forte crescita. Moltissime tra le case di moda più importanti hanno detto no a materiali come pelliccia, piume e pelli di animali esotici per dare spazio ad alternative vegane.

Ci aspetteremmo che il mondo vegan gioisca di fronte a questi nuovi prodotti, che consentono anche a chi non vuole torturare gli animali per la propria vanità, di avere accesso a determinati capi.
Ma non è proprio cosi. Oltre ad un ovvio e assolutamente condivisibile problema posto dai materiali utilizzati per questi prodotti, spesso non sostenibili, c’è anche un posizione più ideologica.
In molti infatti, restano comunque contrari all’utilizzo, per esempio, della pelliccia finta, perché darebbe comunque spazio ad un’estetica che tradizionalmente è legata allo sfruttamento animale
Inoltre, non è sempre evidente quando capo è vegano, le alternative ad oggi infatti sono sempre più “veritiere”, e si rischia quindi di comunicare a favore di un settore che promuove l’utilizzo degli animali. In sostanza, si rischia di normalizzare l’uso della pelliccia, sia quella vera che quella finta.
A questo proposito segnaliamo come sia possibile acquistare spille e spillette che riportano la dicitura “this is fake fur” o simile, da apporre al proprio capo per sottolineare come lo stesso non sia di origine animale.

Comunque, la questione è ovviamente aperta, e ognuno ha la sua opinione a riguardo.

Il nostro pensiero è che le alternative vegane facciano bene al mercato della moda. 
Non solo per l’ampia possibilità di scelta data a chi non vuole utilizzare prodotti animali, ma anche per la comunicazione che viene effettuata a riguardo. Quando un brand di grande influenza (vedi Versace, Gucci, Maison Margiela…) annuncia la sua nuova politica “fur free” contribuisce a dare un messaggio importante a favore delle alternative vegan, anche a consumatori che prima, probabilmente, non consideravano questo aspetto.
Il messaggio che si veicola è quello di una moda sempre più improntata su nuovi valori oltre a creatività e tendenza, valori che tengono conto anche della sofferenza animale.

Unico neo per quanto riguarda le pellicce finte, come già menzionato: i materiali
Spesso infatti queste alternative cruelty-free sono create utilizzando materiali “derivati dalla plastica” e che quindi non si possono considerare sostenibili. 
Non si può infatti sottostimare l’impatto che questi capi avranno quando verranno smaltiti, ahimè, come rifiuti (ricorda: buttare via un capo d’abbigliamento è sempre l’ultima delle alternative!).
Per fortuna sono sempre più comuni le pellicce finte che utilizzano sì plastica, ma solo riciclando altri materiali, oppure, ancora meglio, chi sceglie di utilizzare fibre come il cotone o altre fibre 100% vegetali e biodegradabili.

Rendere “fashionable” un approccio cruelty free da un impulso importante per una moda più consapevole, e quindi salva vite animali.

Speriamo di vedere sempre più marchi abbandonare i materiali di origine animale, ma non solo la pelliccia: lana, cuoio, seta ed altri sono egualmente prodotti dello sfruttamento di migliaia di animali. 


La verità sulla lana

Perché la tosatura non è un “favore” alla pecora

È opinione comune che la tosatura della pecora da parte dell’uomo sia una situazione di win-win: la pecora viene liberata dall’eccesso di lana e l’uomo riceve un materiale tessile per farcisi i vestiti.

Ebbene, non è proprio cosi.

Innanzi tutto, partiamo dal dire che la lana viene prodotta dall’animale come isolamento dagli agenti esterni. Quando la pecora viene tosata diventa molto più suscettibile al freddo, al caldo e agli altri agenti atmosferici. Può sembrare un “niente di che” ma quando gli animali vengono tenuti in ambienti non protetti dalle temperature esterne, questo mancato isolamento può essergli anche fatale.

In secondo luogo, è vero, le pecore da lana, devono essere tosate. Perché? 
La risposta la troviamo nelle selezioni genetiche a cui questa specie è stata sottoposta. 
Cosi come abbiamo geneticamente selezionato polli, mucche e maiali perché fossero più grossi e producessero più carne più velocemente, lo stesso è stato fatto per le pecore. Il fine è quello di ottenere più lana rispetto a quella che una pecora sarebbe in grado di produrre “in natura”.

Ancora una volta quindi, l’uomo ha vestito i panni di Madre Natura per ottenere “il massimo” dagli animali, considerando le pecore delle mere “risorse”.

Infine, gli animali che vengono sottoposti alla tosatura soffrono spesso per i metodi utilizzati, che gli procurano dolore e paura. 
I lavoratori preposti alla tosatura delle pecore, infatti, vengono pagati solamente in base alle quantità di lana prodotte, e non alle ore lavorate. Va da sé che il loro obiettivo è quello di ottenere la maggior quantità di lana possibile nel minor tempo possibile, a scapito, ovviamente, delle pecore.

Alcune indagini sotto copertura, compiute specialmente da Peta (in 100 strutture di tosatura distribuite su 4 continenti) hanno documentato come questi animali vengano brutalmente maneggiati e immobilizzati durante il processo, come spesso vengano mutilati e tagliati e se necessario ricuciti sul posto, senza anestesia.
Messi in queste situazioni gli animali cercano di fuggire e urlano per venire liberati. 
Per saperne di più in merito agli exposé sulla lana condotti da Peta, clicca qui

Un altro oscuro segreto dell’industria della lana è il “mulesing”. 
Si tratta della scuoiatura senza anestesia della parte posteriore delle pecore (zona perianale: sedere, coda…) che hanno tra le 2 e le 10 settimane di vita. Il tessuto si cicatrizza in modo da formare meno lana e pieghe andando ad evitare il deposito di larve di parassiti e insetti che potrebbero creare problemi di salute o la morte della pecora risultando cosi in una perdita economica per l’allevatore.

Questa pratica è stata più e più volte denunciata per la sua crudeltà, e grazie a questo sta è sempre meno diffusa. Il mulesing sta diventando desueto, e in alcuni paesi è stato anche reso illegale, ma non dappertutto: è ancora diffusissimo in Australia, dove però si produce circa il 75% della lana utilizzata nell’industria dell’abbigliamento di tutto il mondo. (fonte: Four Paws International)

Tutto questo non vale solamente per le pecore, ma per tutti gli animali che vanno in contro ai processi di tosatura e il cui vello viene utilizzato nell’industria della moda.

Ci sono ormai moltissime alternative cruelty-free e vegane alla lana: velluto, ciniglia, modal, alcune lavorazioni del cotone, del bambù o della canapa. 
Non ci sono invece più scusanti per continuare a sostenere un settore cosi crudele con gli animali.


Canada goose: stop alla nuova pelliccia

Il colosso dei parka si impegna a non acquistare più nuova pelliccia entro il 2022

Canada Goose, il colosso canadese dei parka. Tristemente celebre per l’utilizzo di vera pelliccia di coyote, proveniente principalmente dai cosiddetti “trapper”, ovvero cacciatori che catturano gli animali tramite trappole di vario genere.

L’utilizzo delle trappole in Canada non solo è consentito, ma è anche scarsamente regolato e controllato, lasciando di fatto ai cacciatori piena autonomia sulla gestione dei loro metodi. Per esempio, secondo la legge, dopo il posizionamento di una trappola, i cacciatori devono andare a controllare dopo qualche ora. Mancando qualsiasi tipo di controllo però, capita spesso che i cacciatori vadano a controllare anche dopo giorni, lasciando il povero animale in agonia per più di 48 ore.

Canada Goose non smetterà di utilizzare la pelliccia, ma utilizzerà solo pelliccia riciclata, e quindi già immessa nel mercato. Può sembrare una vittoria parziale, ma è pur sempre una vittoria, grazie a questo provvedimento infatti molti coyote verranno risparmiati.

Il nostro caloroso GRAZIE a tutti gli attivisti che da anni lavorano duramente per ottenere questo obiettivo! Canada Goose è sempre stato un osso duro rispetto a tanti altri brand che hanno abbandonato la pelliccia senza grosse resistenze.

Ma l’impegno non deve finire qui: Canada Goose utilizza ancora vera piuma d’oca all’interno dei suoi capi, un prodotto di pratiche crudeli e violente. Il prossimo step sarà quello di portare Canada Goose ad abbandonare la piuma, e siamo sicuri che ci riusciremo.


Saks Fifth Avenue dice basta alle pellicce

I più grandi marchi del lusso stanno, a uno a uno, eliminando le pellicce dalle proprie collezioni, e cosi stanno facendo anche i rivenditori d’alta gamma che non espongono più questi capi nelle loro vetrine. 

Questo importante traguardo è il frutto dell’instancabile lavoro di decine e decine di attivisti per i diritti per gli animali, che tramite azioni di disobbedienza civile, proteste pacifiche e campagne digitali, hanno convinto anche Saks Fifth Avenue a togliere le pellicce vere dai suoi punti vendita a entro la fine del 2022.

Speriamo che sia solo il primo passo verso una moda 100% vegan, in cui gli animali non vengono sfruttati e brutalmente uccisi solo per soddisfare la vanità degli esseri umani. 

Per saperne di più degli attivisti che si battono per l’abolizione della vendita di pelliccia e che hanno contribuito a questa vittoria (e molte altre) puoi visitare su instagram @caftusa oppure l’attivista @rob__banks. Grazie al loro lavoro e alla partecipazione di tanti altri attivisti, siamo sicuri che a questa vittoria ne seguiranno molte altre!


Fast Fashion

Quanto costa (veramente) il tuo vestito?

Chi di noi dice di non aver mai acquistato da brand come Zara, H&M o Forever21, probabilmente mente.
Il fast fashion è una continua tentazione, i capi proposti sono copie (più economiche) di quelli che sfilano sulle passerelle.

Ma come mai quei vestiti costano cosi poco? Ci sono forse dei costi nascosti?

Il modello Fast Fashion è un sistema che disegna, produce e distribuisce il più velocemente possible, e che propone sul mercato una grandissima varietà di prodotti permettendo ai consumatori di acquistare una grande quantità di moda a un prezzo basso.

Il lead time è il tempo che un prodotto impiega a percorrere tutta la filiera, dal disegno all’acquisto.
Nel 2012 Zara ha avuto un lead time di 2 settimane, Forever21 di 6 e H&M di 8. 

Purtroppo, a livello sociale ed ambientale, il prezzo di questa rapidità è molto alto.

Il settore moda produce circa il 10% delle emissioni di CO2 globali, un dato che è previsto in aumento del 60% entro il 2030. Inoltre quest’industria utilizza enormi quantità di acqua e inquina fiumi e mari tramite suoi processi produttivi.

Il mondo Fast Fashion non fa che amplificare questi effetti negativi sull’ambiente, non solo tramite la produzione, ma anche attraverso la promozione di un approccio alla moda che incentiva un consumo smodato e un continuo ricambio di vestiario, dove il “vecchio” capo che viene buttato per fare spazio al nuovo non ha che qualche mese, o nella migliore delle ipotesi, qualche anno. L’ormai antico concetto di “rammendare” e “riparare” ha lasciato il palco al “comprarlo nuovo” e l’atteggiamento per il quale le nostre madri e nonne conservano abiti vecchi di decenni è completamente sorpassato.
Mondialmente consumiamo circa 80 miliardi di nuovi capi d’abbigliamento ogni anno: il 400% in più dei consumi di 20 anni fa.
Un americano medio, produce 38 chilogrammi di rifiuti tessili ogni anno: la gran parte degli abiti acquistati finisce prestissimo nelle discariche, per far posto all’ultima, nuova, economica collezione.
Si stima che un camion pieno di vestiti viene bruciato o sepolto nelle discariche ogni secondo.

Ma a pagare caro il prezzo economico della fast fashion, sono anche i lavoratori impiegati in queste filiere.
L’80% dei capi d’abbigliamento viene prodotto da giovani donne tra i 18 ed i 24 anni, spesso in condizioni insalubri e con orari massacranti.
Nel 2018 il Dipartimento del Lavoro americano ha provato l’utilizzo di lavoro minorile e lavoro forzato in Argentina, Bangladesh, Brasile, Cina, India, Filippine, Vietnam: i paesi in cui viene prodotta la stragrande maggioranza dei vestiti che troviamo nelle grosse catene di fast fashion.

Questa è solo una panoramica molto generale dell’impatto che la fast fashion ha su ambiente e società, segui karmadillos.org per scoprire di più!

(Fonte: impakt.com).