Petra: stop alle carrozze trainate dai cavalli

Un nuovo provvedimento libera i cavalli di Petra dall’obbligo di trainare i turisti in giro per la “città rosa”

Finalmente, i cavalli di Petra non dovranno più scarrozzare (letteralmente) nessuno per le strade della città. Grazie ad un recente provvedimento, infatti, verranno sostituiti da club car elettrici.

Felicissimi per i cavalli di Petra, ci chiediamo tuttavia come mai questa sensibilità non sia ancora arrivata in tutti gli altri luoghi in cui le carrozze trainate dai cavalli continuano ad essere utilizzate – Italia inclusa.

Ma non possiamo ancora gridare vittoria al 100%. Infatti resta da chiarire se verranno sollevati dai loro “compiti” anche i cammelli e gli asini, che da sempre vengono utilizzati per trasportare i locali e i turisti. Le loro pessime condizioni sono state ampiamente documentate cosi come i maltrattamenti che i poveri animali subiscono da chi li usa come fonte di reddito.

Resta inoltre da capire: che fine faranno gli animali “mandati in pensione”? Potrebbero infatti anche essere rivenduti per attività simili a quelle da cui vengono sollevati a Petra, o peggio, ai macelli.

Per questo è importante non distogliere l’attenzione da quello che succede a Petra, finche non ci saranno notizie più chiare in merito a questo provvedimento.

Questa rimane tuttavia una buona notizia che fa ben sperare per il futuro degli altri animali sfruttati per il trasporto umano non solo a Petra, ma nel mondo.


“Vecchi” capi d’abbigliamento non vegani…che fare?

Diventando vegani, in molti si accorgono di avere in armadio molti capi realizzati con materiali di derivazione animale, che non si sposano più con i propri valori.

La questione è più intricata di quanto sembra, infatti ci sono diverse opinioni a riguardo.

C’è chi, da vegano, non vuole più indossare capi in pelle, pellicce, lana, per non far passare il messaggio che indossare indumenti d’origine animale sia accettabile. In questo caso una delle opzioni sarebbe buttare via ogni capo e accessorio non vegano. Questa, seppur comprensibile, è un’azione ben poco ecologica. Che senso ha combattere per la salvaguardia degli animali ma andare a produrre rifiuti che alimentano le nostre discariche e distruggono l’ambiente? 
Un’opzione più accettabile è quella di rivendere o donare. Questo però, significa re-immettere nel mercato capi derivati da materiali d’origine animale, e quindi andare a sostenere un mercato contro il quale ci si schiera apertamente. 

È un bel problema!

Altri ancora accettano il fatto che non sono sempre stati vegani, e che nel loro passato hanno acquistato capi di materiale animale. In questo caso quindi si opta per tenere i capi e continuare ad indossarli, per non produrre rifiuti inutili e non sostenere il mercato di questi prodotti. 

Per alcuni è impensabile l’idea di indossare, a contatto con il proprio corpo materiali come pellicce o pelle, senza pensare all’animale da cui provengono.

Per questo sono nate alcune iniziative, come per esempio quella di PETA, che invita a donare loro le pellicce. Queste vengono poi date in beneficienza ai senza tetto. In questo caso più che  sostenere un mercato, si tratta di donare ai più bisognosi, e da un certo punto di vista “riscattare” quelle pellicce.

Per chi non sopporta più di indossare certi vestiti, donare sembra la soluzione migliore. Bisogna però sincerarsi che le donazioni vadano direttamente ai più bisognosi e che non vengano reimmessi nel mercato. 

Purtroppo, non possiamo fare niente per cambiare il passato. La soluzione più pratica è quella di accettare chi si è stati prima, con altri valori e altre abitudini, ma adottarne di migliori per il presente ed il futuro.


È giusto che i bambini siano vegani?

Quando qualcuno cresce i suoi figli secondo una dieta vegana viene subito additato come qualcuno che “impone” qualcosa ai suoi figli. Ma c’è differenza tra “imposizione” e “educazione”.

L’educazione dei figli è un argomento delicato che pone importanti quesiti a ogni genitore. 

In molti si chiedono: che sia giusto “imporre” anche a mio figlio una decisione che ho preso io? E se la domanda non se la pone il genitore vegano, ci penserà sicuramente qualcuno al posto suo “ma il bambino…non lo farai mica mangiare vegano??”.

La nostra risposta sarebbe: “e perché mai non dovrei?!”

Un genitore, per definizione, è tenuto a prendere in prima persona le decisioni che riguardano il proprio figlio. Non si tratta di imporre, ma bensì di scegliere quella che si crede essere la strada giusta per il proprio bambino. In altre parole, di educare. 

La maggior parte dei vegani di oggi hanno fatto una scelta maturata con il tempo e l’informazione, ma sono probabilmente cresciuti mangiando ogni tipo di prodotto animale.
Questo perché, all’epoca, i loro genitori hanno considerato che quel tipo di dieta fosse la più adatta per loro.
Se crescere un figlio vegano viene visto come “un’imposizione” allora lo è egualmente crescere un figlio onnivoro. 

È ormai dimostrato su basi scientifiche che una dieta 100% vegetale e bilanciata è adatta e benefica ad ogni stadio della vita, comprese la fase neonatale e della prima infanzia. Infatti, molti prodotti animali sono stati correlati con certezza ad alcune gravi malattie che affliggono la nostra società (alcuni tipi di diabete, di cancro, disturbi cardiovascolari, obesità e altro). 

Far seguire a proprio figlio una dieta sana e bilanciata non può di certo essere una cattiva idea.

Due piccoli commenti su quest’ultimo punto:

  • Come mai sembra esservi più criticismo nei confronti di un genitore che sceglie di crescere il proprio figlio vegano piuttosto che verso un genitore che include nella dieta della propria prole prodotti da fast food, bibite gassate e zuccherate, merendine e altri cibi notoriamente deleteri per la salute? 
  • Anticipiamo la più classica delle domande: no, il latte materno non è escluso dalla dieta di un neonato vegano. È naturale che ogni mammifero si nutra del latte della propria madre nel primissimo stadio della sua vita. Il latte materno infatti comprende tutti i nutrienti necessari al piccolo per crescere sano e forte, e quindi, ove sia possibile, è sempre raccomandabile per ogni neonato.

Per finire, crescere un figlio vegan non significa solamente “propinargli” un certo tipo di dieta. 

È auspicabile che ogni genitore educhi il proprio figlio in un ottica di rispetto nei confronti di tutti gli animali e dell’ambiente:  la filosofia vegan è senza dubbio il metodo migliore per perseguire questo obiettivo.


YSL dice basta alla pelliccia

Grazie alla pressione degli attivisti, anche questo importante marchio di moda ha detto basta alla pelliccia!

L’attivismo fa la differenza!
Lo dimostra l’importante risultato ottenuto nel campo della moda, con un altro brand che dice basta alla pelliccia.


Dopo 3 mesi di pressioni e manifestazioni davanti ai loro negozi, YSL ha deciso di eliminare la pelliccia dalle sue collezioni.

Ma non è tutto! Il gruppo Kering, di cui Saint Laurent fa parte, ha annunciato che nessuno dei suoi brand farà più uso di pelliccia.


Un’altro passo verso una moda più compassionevole che guarda agli animali per quello che sono: esseri senzienti che, come noi, vogliono essere lasciati liberi di vivere la propria vita.

Chi sarà il prossimo? Si vocifera gia che il prossimo brand a essere preso di mira dalle principali associazioni sia Moncler…e non vediamo l’ora!

Se hai la possibilità, partecipa ad azioni di attivismo a favore dei diritti degli animali. Probabilmente ci sono dei gruppi attivi nella tua zona, ad oggi praticamente ogni città ha il suo gruppo di attivisti.
L’attivismo cambia il mondo!


Specismo e Human Supremacy

Specismo” e “Human Supremacy” sono due termini che non suonano nuovi a coloro che bazzicano nel mondo dei diritti degli animali.
Sono tuttavia due concetti che sono diventati di uso comune solo in tempi recenti, e che possono non essere chiari a tutti.

Specismo

Se scrivete su word la parola “specismo”, è probabile che vi appaia la sottolineatura rossa ad indicare un errore ortografico, talmente è recente e poco usata questa parola.  
Tuttavia, ha un significato ben preciso: sta ad indicare l’attribuzione di un valore morale più alto ad alcune specie, piuttosto che ad altre.

Si tratta di una discriminazione basata sull’appartenenza ad una determinata specie animale. 
Lo specismo è incredibilmente diffuso nella società contemporanea, ed è quello che porta la maggior parte delle persone ad indignarsi per un cane maltrattato ma a considerare normale l’uccisione di massa di migliaia di mucche, maiali o polli.

Lo specismo non ha nessun fondamento logico, ma si basa prevalentemente su un sistema di pensiero deviato da secoli di “abitudini” e “tradizioni” che portano alcuni uomini a considerare alcuni animali più meritevoli di vivere di altri.

Human Supremacy

“Human Supremacy” è un’espressione usata per dare una sfumatura più marcata al concetto di antropocentrismoun’idea per la quale l’uomo si pone come centro dell’universo e come misura di tutte le cose. 
Il concetto di “human supremacy”, fa riferimento al fatto che l’uomo vive come se tutto quello che esiste sulla terra (natura, animali, risorse di ogni tipo) fosse stato creato a suo uso e consumo.
L’uomo di arroga il diritto di distruggere la natura e di sfruttare e uccidere gli animali solamente perché può, dimostrando di non ritenere degno di rispetto niente e nessun altro al di fuori dei suoi simili.

Quando il mondo maturerà, verranno finalmente meno concetti come specismo e human supremacy in favore del rispetto per ogni essere vivente e per ogni elemento che ci circonda. 


La mattanza di 1400 delfini e la revisione delle tradizioni nelle Faroe Island

Il Primo Ministro si pronuncia in seguito alla strage di delfini nelle Faroe Island

In seguito all’uccisione di più di 1400 delfini in un’unica battuta di caccia nelle Faroe Island, il mondo si è indignato e ha condiviso la sua rabbia sui social media.

Nel giro di qualche giorno sono fioccati articoli e post da migliaia di voci che gridavano allo scandalo per questa terribile tradizione, ancora in voga nelle Faroe Island, in cui centinaia di delfini (ma anche balene e altri cetacei) perdono la vita nel più violento dei modi.

E si sa, quando viene minacciata l’immagine di un paese, ecco che c’è subito una reazione.
Infatti, pochi giorni fa, il Primo Ministro delle Faroe Island ha annunciato che questa pratica cruenta verrà “rivalutata” assieme al ruolo che la stessa ricopre nella tradizione della loro società. Ha voluto inoltre ribadire, che si tratta pur sempre di una pesca “sostenibile”.
Posto che, in un ecosistema allo stremo come il nostro, nessuna pesca potrà mai essere sostenibile, sottolineano come, soprattutto, nessuna pesca può essere non-violenta e non-crudele.
Nessuna tradizione, inoltre, sarà mai sufficientemente importante da giustificare degli atti cosi tremendi e disumani ai danni di animali innocenti.

Speriamo che il Primo Ministro possa prendere questa questione con la giusta serietà e che si tratti di un piccolo passo nella giusta direzione per l’abolizione definitiva di questa pratica orrenda.


Pelliccia finta: si o no?

Dal messaggio veicolato ai materiali, quello delle fake fur è un argomento controverso, anche tra i vegani

Essere vegan, si sa, non significa solo non mangiare prodotti di origine animale, ma anche prendere posizione nei confronti di tutte quelle industrie che sfruttano e uccidono gli animali: moda, intrattenimento, sperimentazione…

Per quanto riguarda la moda, le alternative “cruelty free” sono in forte crescita. Moltissime tra le case di moda più importanti hanno detto no a materiali come pelliccia, piume e pelli di animali esotici per dare spazio ad alternative vegane.

Ci aspetteremmo che il mondo vegan gioisca di fronte a questi nuovi prodotti, che consentono anche a chi non vuole torturare gli animali per la propria vanità, di avere accesso a determinati capi.
Ma non è proprio cosi. Oltre ad un ovvio e assolutamente condivisibile problema posto dai materiali utilizzati per questi prodotti, spesso non sostenibili, c’è anche un posizione più ideologica.
In molti infatti, restano comunque contrari all’utilizzo, per esempio, della pelliccia finta, perché darebbe comunque spazio ad un’estetica che tradizionalmente è legata allo sfruttamento animale
Inoltre, non è sempre evidente quando capo è vegano, le alternative ad oggi infatti sono sempre più “veritiere”, e si rischia quindi di comunicare a favore di un settore che promuove l’utilizzo degli animali. In sostanza, si rischia di normalizzare l’uso della pelliccia, sia quella vera che quella finta.
A questo proposito segnaliamo come sia possibile acquistare spille e spillette che riportano la dicitura “this is fake fur” o simile, da apporre al proprio capo per sottolineare come lo stesso non sia di origine animale.

Comunque, la questione è ovviamente aperta, e ognuno ha la sua opinione a riguardo.

Il nostro pensiero è che le alternative vegane facciano bene al mercato della moda. 
Non solo per l’ampia possibilità di scelta data a chi non vuole utilizzare prodotti animali, ma anche per la comunicazione che viene effettuata a riguardo. Quando un brand di grande influenza (vedi Versace, Gucci, Maison Margiela…) annuncia la sua nuova politica “fur free” contribuisce a dare un messaggio importante a favore delle alternative vegan, anche a consumatori che prima, probabilmente, non consideravano questo aspetto.
Il messaggio che si veicola è quello di una moda sempre più improntata su nuovi valori oltre a creatività e tendenza, valori che tengono conto anche della sofferenza animale.

Unico neo per quanto riguarda le pellicce finte, come già menzionato: i materiali
Spesso infatti queste alternative cruelty-free sono create utilizzando materiali “derivati dalla plastica” e che quindi non si possono considerare sostenibili. 
Non si può infatti sottostimare l’impatto che questi capi avranno quando verranno smaltiti, ahimè, come rifiuti (ricorda: buttare via un capo d’abbigliamento è sempre l’ultima delle alternative!).
Per fortuna sono sempre più comuni le pellicce finte che utilizzano sì plastica, ma solo riciclando altri materiali, oppure, ancora meglio, chi sceglie di utilizzare fibre come il cotone o altre fibre 100% vegetali e biodegradabili.

Rendere “fashionable” un approccio cruelty free da un impulso importante per una moda più consapevole, e quindi salva vite animali.

Speriamo di vedere sempre più marchi abbandonare i materiali di origine animale, ma non solo la pelliccia: lana, cuoio, seta ed altri sono egualmente prodotti dello sfruttamento di migliaia di animali. 


Bloccato il regolamento per aiutare i cavalli delle botticelle

Roma: i cavalli restano nel centro storico di Roma

A Roma sembrava una mezza vittoria, quella di spostare i cavalli delle botticelle dal centro storico di Roma alle ville storiche come Villa Borghese e Villa Pamphilj. Solo mezza perché, la vera vittoria sarebbe quella di vedere i cavalli definitivamente liberi da questa tortura, e vedere le persone usare le proprie gambe.

Eppure niente, secondo i giudici non si sono offerte delle adeguate misure e aiuti finanziari per gli operatori delle botticelle al fine di adeguarsi al nuovo cambiamento.

Così, in un’estate che si preannuncia caldissima, a rimetterci sono ancora una volta questi poveri animali che dovranno fare i conti con l’asfalto rovente ed il chiasso e lo smog del traffico per portare in giro turisti pigri.

L’egoismo dell’uomo ha, ancora una volta, la meglio. Quanti altri cavalli vogliamo vedere stramazzare a terra?


EU: stop alle gabbie negli allevamenti

Il Parlamento Europeo ha votato: basta agli animali allevati in gabbia

Il Parlamento Europeo ha votato per bannare l‘utilizzo delle gabbie negli allevamenti, e per vietare contestualmente sul suo territorio l’importazione e la vendita di prodotti provenienti da animali allevati in gabbia. Il tutto entro il 2027.

Il prossimo passo è l’approvazione da parte della Commissione Europea.

Questo significherebbe la fine di una vita confinata per migliaia di galline, maiali, oche, vitelli etc…

Non si tratta, chiaramente, di una vittoria finale, ma sicuramente di un grande passo nella giusta direzione. Speriamo che questo voto rappresenti anche una maggiore sensibilizzazione da parte di chi governa, che finalmente possa aprire gli occhi su un’industria crudele che dev’essere fermata.

Speriamo di vedere presto un mondo senza sfruttamento animale, in cui non solo vengono abolite le gabbie, ma anche gli allevamenti!
#dreambig


L’uccisione del Gorilla Harambe

Qualche giorno fa si ricordava la tragica uccisione del Gorilla Harambe, vittima dei capricci dell’uomo che vede gli altri animali come fonti di intrattenimento.

Il Gorilla Harambe nacque in cattività, in uno zoo Texano, per poi essere spostato nello zoo di Cincinnati che sarà, anni dopo, il teatro del triste “incidente” che andiamo a raccontare.

Nel Maggio del 2016, un bambino di tre anni, portato dai genitori in visita allo zoo, superò il recinto dei gorilla, finendo con una caduta di circa 4 metri in un fossato all’interno della zona abitata da questi primati.
Nonostante i funzionari dello zoo fossero riusciti a far allontanare due femmine dal malcapitato, Harambe era troppo incuriosito dal bambino e lo raggiunse, prelevandolo. 
Vista la forza del gorilla, e lo stress a cui lo stesso era sottoposto, un po’ per l’eccitazione del momento e un po’ per le urla dei visitatori che assistevano alla scena, si iniziò a temere per la vita del bambino.

La decisione presa dallo zoo fu quella di fucilare Harambe, con un solo colpo letale.

Le reazioni in tutto il mondo (un video dell’accaduto fu caricato su Youtube) furono di rabbia e protesta per la decisione presa dallo zoo.

L’uccisione di Harambe dette origine a dibattiti per una “miglior sicurezza negli zoo”, al fine di evitare altri tragici incidenti di questo tipo.
Noi crediamo che non sia una questione di “miglior sicurezza”, ma che debba essere messa in discussione l’esistenza stessa di queste strutture. 

Nonostante alcuni parchi zoologici millantino degli sforzi per la conservazione degli animali, sono più unici che rari i casi di reinserimento in natura, avvenimento che per altro ha un’alta probabilità di fallimento in quanto un animale cresciuto in cattività, difficilmente riesce a sopravvivere in habitat naturale. 

Anche negli zoo più accorti, l’animale si trova pur sempre in cattività. Confinato in uno spazio allo scopo di intrattenere i visitatori o essere studiato nei suoi comportamenti. Gli studi comportamentali, tra l’altro, si sono rivelati ben meno utili di quanto si credesse, perché l’animale in cattività non si comporta come l’animale libero.

Ci sono poi alcuni zoo, quelli peggiori, che vedono l’animale come puro elemento lucrativo. In alcuni ambienti infatti, è risaputo che gli zoo vendano gli esemplari più vecchi e meno “belli” a ranch di caccia o altre strutture in cui l’animale fa decisamente una brutta fine.  

Seppur molte strutture zoologiche si impegnino per dare ai loro “ospiti” una vita dignitosa, invitiamo a non sostenere queste realtà che tengono prigionieri degli animali, nati per essere liberi. 

Ma se gli zoo chiudono, gli animali dove vanno? Esistono numerosi santuari, sparsi nel mondo, specializzati nell’ospitare diverse specie animali, che esistono apposta per dare rifugio agli esemplari che non possono essere reinseriti in natura. Degli ambienti in cui gli animali hanno un enorme spazio a disposizione, in cui vengono lasciati liberi senza dover sentire gli schiamazzi dei visitatori che pagano per vedere un animale in gabbia.