Specismo e Human Supremacy

Specismo” e “Human Supremacy” sono due termini che non suonano nuovi a coloro che bazzicano nel mondo dei diritti degli animali.
Sono tuttavia due concetti che sono diventati di uso comune solo in tempi recenti, e che possono non essere chiari a tutti.

Specismo

Se scrivete su word la parola “specismo”, è probabile che vi appaia la sottolineatura rossa ad indicare un errore ortografico, talmente è recente e poco usata questa parola.  
Tuttavia, ha un significato ben preciso: sta ad indicare l’attribuzione di un valore morale più alto ad alcune specie, piuttosto che ad altre.

Si tratta di una discriminazione basata sull’appartenenza ad una determinata specie animale. 
Lo specismo è incredibilmente diffuso nella società contemporanea, ed è quello che porta la maggior parte delle persone ad indignarsi per un cane maltrattato ma a considerare normale l’uccisione di massa di migliaia di mucche, maiali o polli.

Lo specismo non ha nessun fondamento logico, ma si basa prevalentemente su un sistema di pensiero deviato da secoli di “abitudini” e “tradizioni” che portano alcuni uomini a considerare alcuni animali più meritevoli di vivere di altri.

Human Supremacy

“Human Supremacy” è un’espressione usata per dare una sfumatura più marcata al concetto di antropocentrismoun’idea per la quale l’uomo si pone come centro dell’universo e come misura di tutte le cose. 
Il concetto di “human supremacy”, fa riferimento al fatto che l’uomo vive come se tutto quello che esiste sulla terra (natura, animali, risorse di ogni tipo) fosse stato creato a suo uso e consumo.
L’uomo di arroga il diritto di distruggere la natura e di sfruttare e uccidere gli animali solamente perché può, dimostrando di non ritenere degno di rispetto niente e nessun altro al di fuori dei suoi simili.

Quando il mondo maturerà, verranno finalmente meno concetti come specismo e human supremacy in favore del rispetto per ogni essere vivente e per ogni elemento che ci circonda. 


La mattanza di 1400 delfini e la revisione delle tradizioni nelle Faroe Island

Il Primo Ministro si pronuncia in seguito alla strage di delfini nelle Faroe Island

In seguito all’uccisione di più di 1400 delfini in un’unica battuta di caccia nelle Faroe Island, il mondo si è indignato e ha condiviso la sua rabbia sui social media.

Nel giro di qualche giorno sono fioccati articoli e post da migliaia di voci che gridavano allo scandalo per questa terribile tradizione, ancora in voga nelle Faroe Island, in cui centinaia di delfini (ma anche balene e altri cetacei) perdono la vita nel più violento dei modi.

E si sa, quando viene minacciata l’immagine di un paese, ecco che c’è subito una reazione.
Infatti, pochi giorni fa, il Primo Ministro delle Faroe Island ha annunciato che questa pratica cruenta verrà “rivalutata” assieme al ruolo che la stessa ricopre nella tradizione della loro società. Ha voluto inoltre ribadire, che si tratta pur sempre di una pesca “sostenibile”.
Posto che, in un ecosistema allo stremo come il nostro, nessuna pesca potrà mai essere sostenibile, sottolineano come, soprattutto, nessuna pesca può essere non-violenta e non-crudele.
Nessuna tradizione, inoltre, sarà mai sufficientemente importante da giustificare degli atti cosi tremendi e disumani ai danni di animali innocenti.

Speriamo che il Primo Ministro possa prendere questa questione con la giusta serietà e che si tratti di un piccolo passo nella giusta direzione per l’abolizione definitiva di questa pratica orrenda.


Pelliccia finta: si o no?

Dal messaggio veicolato ai materiali, quello delle fake fur è un argomento controverso, anche tra i vegani

Essere vegan, si sa, non significa solo non mangiare prodotti di origine animale, ma anche prendere posizione nei confronti di tutte quelle industrie che sfruttano e uccidono gli animali: moda, intrattenimento, sperimentazione…

Per quanto riguarda la moda, le alternative “cruelty free” sono in forte crescita. Moltissime tra le case di moda più importanti hanno detto no a materiali come pelliccia, piume e pelli di animali esotici per dare spazio ad alternative vegane.

Ci aspetteremmo che il mondo vegan gioisca di fronte a questi nuovi prodotti, che consentono anche a chi non vuole torturare gli animali per la propria vanità, di avere accesso a determinati capi.
Ma non è proprio cosi. Oltre ad un ovvio e assolutamente condivisibile problema posto dai materiali utilizzati per questi prodotti, spesso non sostenibili, c’è anche un posizione più ideologica.
In molti infatti, restano comunque contrari all’utilizzo, per esempio, della pelliccia finta, perché darebbe comunque spazio ad un’estetica che tradizionalmente è legata allo sfruttamento animale
Inoltre, non è sempre evidente quando capo è vegano, le alternative ad oggi infatti sono sempre più “veritiere”, e si rischia quindi di comunicare a favore di un settore che promuove l’utilizzo degli animali. In sostanza, si rischia di normalizzare l’uso della pelliccia, sia quella vera che quella finta.
A questo proposito segnaliamo come sia possibile acquistare spille e spillette che riportano la dicitura “this is fake fur” o simile, da apporre al proprio capo per sottolineare come lo stesso non sia di origine animale.

Comunque, la questione è ovviamente aperta, e ognuno ha la sua opinione a riguardo.

Il nostro pensiero è che le alternative vegane facciano bene al mercato della moda. 
Non solo per l’ampia possibilità di scelta data a chi non vuole utilizzare prodotti animali, ma anche per la comunicazione che viene effettuata a riguardo. Quando un brand di grande influenza (vedi Versace, Gucci, Maison Margiela…) annuncia la sua nuova politica “fur free” contribuisce a dare un messaggio importante a favore delle alternative vegan, anche a consumatori che prima, probabilmente, non consideravano questo aspetto.
Il messaggio che si veicola è quello di una moda sempre più improntata su nuovi valori oltre a creatività e tendenza, valori che tengono conto anche della sofferenza animale.

Unico neo per quanto riguarda le pellicce finte, come già menzionato: i materiali
Spesso infatti queste alternative cruelty-free sono create utilizzando materiali “derivati dalla plastica” e che quindi non si possono considerare sostenibili. 
Non si può infatti sottostimare l’impatto che questi capi avranno quando verranno smaltiti, ahimè, come rifiuti (ricorda: buttare via un capo d’abbigliamento è sempre l’ultima delle alternative!).
Per fortuna sono sempre più comuni le pellicce finte che utilizzano sì plastica, ma solo riciclando altri materiali, oppure, ancora meglio, chi sceglie di utilizzare fibre come il cotone o altre fibre 100% vegetali e biodegradabili.

Rendere “fashionable” un approccio cruelty free da un impulso importante per una moda più consapevole, e quindi salva vite animali.

Speriamo di vedere sempre più marchi abbandonare i materiali di origine animale, ma non solo la pelliccia: lana, cuoio, seta ed altri sono egualmente prodotti dello sfruttamento di migliaia di animali. 


La verità sulla lana

Perché la tosatura non è un “favore” alla pecora

È opinione comune che la tosatura della pecora da parte dell’uomo sia una situazione di win-win: la pecora viene liberata dall’eccesso di lana e l’uomo riceve un materiale tessile per farcisi i vestiti.

Ebbene, non è proprio cosi.

Innanzi tutto, partiamo dal dire che la lana viene prodotta dall’animale come isolamento dagli agenti esterni. Quando la pecora viene tosata diventa molto più suscettibile al freddo, al caldo e agli altri agenti atmosferici. Può sembrare un “niente di che” ma quando gli animali vengono tenuti in ambienti non protetti dalle temperature esterne, questo mancato isolamento può essergli anche fatale.

In secondo luogo, è vero, le pecore da lana, devono essere tosate. Perché? 
La risposta la troviamo nelle selezioni genetiche a cui questa specie è stata sottoposta. 
Cosi come abbiamo geneticamente selezionato polli, mucche e maiali perché fossero più grossi e producessero più carne più velocemente, lo stesso è stato fatto per le pecore. Il fine è quello di ottenere più lana rispetto a quella che una pecora sarebbe in grado di produrre “in natura”.

Ancora una volta quindi, l’uomo ha vestito i panni di Madre Natura per ottenere “il massimo” dagli animali, considerando le pecore delle mere “risorse”.

Infine, gli animali che vengono sottoposti alla tosatura soffrono spesso per i metodi utilizzati, che gli procurano dolore e paura. 
I lavoratori preposti alla tosatura delle pecore, infatti, vengono pagati solamente in base alle quantità di lana prodotte, e non alle ore lavorate. Va da sé che il loro obiettivo è quello di ottenere la maggior quantità di lana possibile nel minor tempo possibile, a scapito, ovviamente, delle pecore.

Alcune indagini sotto copertura, compiute specialmente da Peta (in 100 strutture di tosatura distribuite su 4 continenti) hanno documentato come questi animali vengano brutalmente maneggiati e immobilizzati durante il processo, come spesso vengano mutilati e tagliati e se necessario ricuciti sul posto, senza anestesia.
Messi in queste situazioni gli animali cercano di fuggire e urlano per venire liberati. 
Per saperne di più in merito agli exposé sulla lana condotti da Peta, clicca qui

Un altro oscuro segreto dell’industria della lana è il “mulesing”. 
Si tratta della scuoiatura senza anestesia della parte posteriore delle pecore (zona perianale: sedere, coda…) che hanno tra le 2 e le 10 settimane di vita. Il tessuto si cicatrizza in modo da formare meno lana e pieghe andando ad evitare il deposito di larve di parassiti e insetti che potrebbero creare problemi di salute o la morte della pecora risultando cosi in una perdita economica per l’allevatore.

Questa pratica è stata più e più volte denunciata per la sua crudeltà, e grazie a questo sta è sempre meno diffusa. Il mulesing sta diventando desueto, e in alcuni paesi è stato anche reso illegale, ma non dappertutto: è ancora diffusissimo in Australia, dove però si produce circa il 75% della lana utilizzata nell’industria dell’abbigliamento di tutto il mondo. (fonte: Four Paws International)

Tutto questo non vale solamente per le pecore, ma per tutti gli animali che vanno in contro ai processi di tosatura e il cui vello viene utilizzato nell’industria della moda.

Ci sono ormai moltissime alternative cruelty-free e vegane alla lana: velluto, ciniglia, modal, alcune lavorazioni del cotone, del bambù o della canapa. 
Non ci sono invece più scusanti per continuare a sostenere un settore cosi crudele con gli animali.


I vegani e…i canini

Se è vero che non siamo nati carnivori, perché abbiamo i canini?

Nulla da più sui nervi di quando un vegano vuole convincere un non-vegano del fatto che l’uomo non è un animale carnivoro e nemmeno onnivoro. 

I denti canini sono associati alla lacerazione delle carni, e sono quindi secondo molti la prova schiacciante del fatto che l’essere umano sia, in effetti, un animale carnivoro.

Ma non è proprio cosi.

Infatti, il mondo animale abbonda di animali notoriamente ed esclusivamente erbivori che però hanno dei canini appuntiti.
Uno fra tutti il gorilla, che dispone di 4 denti canini ben più pronunciati e “affilati” di quelli dell’uomo. Eppure, questo affascinante animale si nutre esclusivamente di alimenti 100% vegetali, fatta eccezione per qualche piccolo insetto (per il quale non serve di certo nessun canino…).

Altri esempi di animali erbivori ma con canini affilati sono il cervo muschiato, alcuni babbuini, gli ippopotami…perfino i cammelli hanno 2 paia di canini appuntiti!

Perché anche alcuni erbivori hanno i canini? Principalmente i canini servono nei confronti violenti tra esemplari della stessa specie, oppure, come nel caso del cammello, per aiutare nella masticazione di alcuni elementi vegetali molto duri come alcuni tipi di pianta legnosa. 

Inoltre, non bastano di certo 4 denti a provare la nostra appartenenza al gruppo di carnivori e/o onnivori, ecco qualche altro dato di confronto tra le caratteristiche fisiche degli esseri umani rispetto a quelle di carnivori e onnivori, che rendono gli stessi adatti a cacciare e nutrirsi di prede animali:

1) I carnivori hanno la mascella fissa e che si muove solo in senso verticale adatta ad afferrare e smembrare la preda. Gli umani, come gli erbivori e i frugivori, hanno una mascella mobile che si può muovere anche lateralmente per la masticazione dei vegetali.

2) I carnivori hanno degli artigli retrattili e affilati al fine di afferrare e smembrare la preda, gli esseri umani hanno delle mani senza artigli, come quelle dei frugivori, più adatte a prendere e raccogliere frutti e altri tipi di piante e semi.

3) L’intestino dei carnivori è circa 5 volte la lunghezza del loro tronco, mentre quello degli umani è circa 10 volte la lunghezza del tronco, altro elemento comune con gli altri frugivori.

4) I carnivori possiedono un enzima che si chiama uricasi e che serve a digerire l’acido urico presente nella carne, gli esseri umani ne sono sprovvisti.

5) I carnivori hanno un ph gastrico molto basso che gli permette di digerire la carne e di uccidere i batteri tipicamente presenti nella carne morta. Gli umani hanno un ph gastrico neutro (ph più elevato rispetto ai carnivori), proprio come gli altri erbivori e frugivori. 

Quindi, seppur vero che nella preistoria i nostri antenati hanno dovuto iniziare a mangiare la carne per necessità di sopravvivenza (cosa che per fortuna non è più necessaria al giorno d’oggi), le evidenze scientifiche ci indicano che, senza ombra di dubbio, non siamo carnivori né onnivori di natura. 


Ricomincia il festival di Yulin

Il festival della carne di cane (e gatto) a Yulin, in Cina, è ricominciato

Il 21 Giugno 2021 è ricominciato a Yulin, in Cina, il festival della carne di cane.
Questo terribile avvenimento annuale celebra la tradizione, diffusa non solo in Cina ma in molti paesi asiatici, di mangiare la carne di cane e di gatto.

Durante 10 giorni cani e gatti saranno torturati e uccisi, spesso venendo bolliti vivi, per essere trasformati in cibo per i partecipanti.
Non bastasse l’orrore che questo festival incarna, sono sempre di più le testimonianze secondo le quali i cani ed i gatti uccisi al Festival Yulin vengono raccolti tra i randagi e addirittura rubati alle famiglie. È possibile vedere, infatti, cani e gatti che vengono macellati con ancora il loro collare addosso.
Le quantità richieste per il festival infatti sono superiori ai numero di animali che è possibile allevare, e per questo si cercano “fonti alternative”.

Questa ricorrenza ci indigna e ci sconvolge ogni anno, un po’ per le immagini cruente che vengono diffuse e un po’ perché qui da noi, cani e gatti sono membri della famiglia.
Eppure migliaia di altri animali vengono uccisi nello stesso modo proprio nelle nostre città e nei nostri paesi, per lo stesso motivo.
Che differenza fa se l’animale che viene strappato alla propria famiglia, isolato, torturato e ucciso è un cane o un vitello?
Che differenza fa se le violenze avvengono durante un festival, pubblicamente, o dietro alle porte chiuse di un macello o di un allevamento?
Nessuna.

Il festival di Yulin deve essere fermato, e con esso qualsiasi violenza su qualsiasi animale.
Ricorda anche che il festival di Yulin è solo un evento, ma la carne di cane e gatto viene consumata abitualmente in Cina, Indonesia, Vietnam e altre parti dell’Asia. Questo terribile mercato va combattuto tutto l’anno.

Se vuoi aiutare, ecco cosa puoi fare:
Sostieni le associazioni direttamente attive sul campo come Human Society International o Slaughterhouse Survivors. Queste associazioni salvano e cercano di trovare una casa per gli animali.
Diffondi tutte le notizie che trovi in merito al mercato della carne di cane e di gatto, non solamente durante Yulin e non solamente con riferimento alla Cina.
Diventa vegan: aiuta a creare un mondo in cui nessun animale è visto come cibo.


Come aiutare le api

Cosa fare se trovi un’ape in difficoltà

Spesso ci capita di trovare un’ape in difficoltà, ma non sempre siamo sicuri sul da farsi per aiutarla. Ecco qualche consiglio pratico!

Se trovi un’ape in piscina o in una pozza d’acqua:

Tirala fuori delicatamente, puoi usare le mani o aiutarti con una foglia, ma fai attenzione a non farla sentire costretta (non chiudere il pugno o toccarle le ali), cosi non ti pungerà.
Mettila in una zona soleggiata, cosicché possa asciugarsi. Evita però un luogo estremamente caldo come per esempio potrebbe essere l’asfalto o un oggetto di metallo. Prediligi il prato o una siepe.
Se l’ape è stata molto in acqua, probabilmente non ha la forza di volare. Per ridarle energie prepara una soluzione di acqua e zucchero o ancora meglio una goccia di sciroppo d’acero, mettila vicino all’ape (ma attenzione a non inondarla!). Dopo che ne avrà bevuto un po’ sarà pronta per riprendere il volo!

Se trovi un’ape indebolita dal freddo:

Se l’ape non si muove quando ti avvicini, significa che è troppo debole per volare. Raccoglila con delicatezza e portala al chiuso al caldo. Mettila in una scatola o in un contenitore, meglio chiuderla in una stanza per evitare che, riprendendosi voli per la casa.
Prepara la mistura di acqua e zucchero o lo sciroppo d’acero e mettine un po’ a disposizione dell’ape.
Monitora per qualche ora/per una notte, e quando l’ape appare in forze, mettila con la sua scatola all’esterno, durante il giorno e possibilmente scegliendo un orario soleggiato. Se si sarà ripresa, volerà via.


Se trovi un’ape con le ali rotte:

Purtroppo un’ape con una o entrambe le ali spezzate non può vivere a lungo. Questo non ci vieta però di regalarle ancora qualche giorno di vita!
Raccoglila delicatamente e mettila in una scatola o contenitore, possibilmente all’aperto.
Metti nella scatola anche qualche fiore appena raccolto, un po’ di terra, qualche goccia di sciroppo d’acero e un po’ d’acqua.
Mantieni questo habitat fintato che l’ape può restare con te.

Come aiutare le api, sempre:

Pianta nel tuo giardino/terrazzo piante come lavanda, girasole, rosmarino, calendula, timo…
Lascia fuori una ciotola d’acqua fresca con delle biglie al suo interno. In questo modo le api potranno abbeverarsi senza rischiare di finire in acqua.
Se trovi un alveare in giardino che può essere pericoloso, non provare a toglierlo e non chiamare la disinfestazione. Cerca un servizio di rilocazione di api. Se l’alveare non si trova in una zona troppo “pericolosa”, lascialo semplicemente dov’è. Resterà solamente per una stagione!

Nessun essere vivente è troppo piccolo per essere aiutato!


Bloccato il regolamento per aiutare i cavalli delle botticelle

Roma: i cavalli restano nel centro storico di Roma

A Roma sembrava una mezza vittoria, quella di spostare i cavalli delle botticelle dal centro storico di Roma alle ville storiche come Villa Borghese e Villa Pamphilj. Solo mezza perché, la vera vittoria sarebbe quella di vedere i cavalli definitivamente liberi da questa tortura, e vedere le persone usare le proprie gambe.

Eppure niente, secondo i giudici non si sono offerte delle adeguate misure e aiuti finanziari per gli operatori delle botticelle al fine di adeguarsi al nuovo cambiamento.

Così, in un’estate che si preannuncia caldissima, a rimetterci sono ancora una volta questi poveri animali che dovranno fare i conti con l’asfalto rovente ed il chiasso e lo smog del traffico per portare in giro turisti pigri.

L’egoismo dell’uomo ha, ancora una volta, la meglio. Quanti altri cavalli vogliamo vedere stramazzare a terra?


USA: stop al commercio di pinne di squalo

Il Senato americano passa una legge per vietare il commercio di pinne di squalo su territorio US

Pochi giorni fa al Senato degli Stati Uniti è passata una legge che mira alla proibizione del commercio di pinne di squalo e di prodotti che le contengano, su tutto il territorio Americano.
La proposta di legge ora deve venire approvata dalla House of Representatives per diventare effettiva.

Sarebbe un bel passo in avanti considerato che gli Stati Uniti ad oggi è un importante importare di questo prodotto. Infatti, negli USA è vietata l’attività del cosiddetto “finning” cosi come il possesso di pinne di squalo a bordo di una nave, ma ad oggi non se ne vieta il commercio.

Lo “shark finning” è una pratica tra le più disumane, in cui si tira a bordo il povero squalo, gli si recidono le pinne (va da se, senza nessuna forma di anestetico) e poi viene ributtato in mare. Senza pinne, lo squalo va a fondo, dove morirà di stenti.

Questa pratica, ed il commercio dei suoi prodotti deve essere vietata ovunque nel mondo, perché oltre ad essere una barbarie, contribuisce anche all’estinzione di questo animale che è tra i più antichi del mondo.

Questa notizia è un passo nella giusta direzione, che speriamo possa essere preso d’esempio da altri.


EU: stop alle gabbie negli allevamenti

Il Parlamento Europeo ha votato: basta agli animali allevati in gabbia

Il Parlamento Europeo ha votato per bannare l‘utilizzo delle gabbie negli allevamenti, e per vietare contestualmente sul suo territorio l’importazione e la vendita di prodotti provenienti da animali allevati in gabbia. Il tutto entro il 2027.

Il prossimo passo è l’approvazione da parte della Commissione Europea.

Questo significherebbe la fine di una vita confinata per migliaia di galline, maiali, oche, vitelli etc…

Non si tratta, chiaramente, di una vittoria finale, ma sicuramente di un grande passo nella giusta direzione. Speriamo che questo voto rappresenti anche una maggiore sensibilizzazione da parte di chi governa, che finalmente possa aprire gli occhi su un’industria crudele che dev’essere fermata.

Speriamo di vedere presto un mondo senza sfruttamento animale, in cui non solo vengono abolite le gabbie, ma anche gli allevamenti!
#dreambig