È giusto che i bambini siano vegani?

Quando qualcuno cresce i suoi figli secondo una dieta vegana viene subito additato come qualcuno che “impone” qualcosa ai suoi figli. Ma c’è differenza tra “imposizione” e “educazione”.

L’educazione dei figli è un argomento delicato che pone importanti quesiti a ogni genitore. 

In molti si chiedono: che sia giusto “imporre” anche a mio figlio una decisione che ho preso io? E se la domanda non se la pone il genitore vegano, ci penserà sicuramente qualcuno al posto suo “ma il bambino…non lo farai mica mangiare vegano??”.

La nostra risposta sarebbe: “e perché mai non dovrei?!”

Un genitore, per definizione, è tenuto a prendere in prima persona le decisioni che riguardano il proprio figlio. Non si tratta di imporre, ma bensì di scegliere quella che si crede essere la strada giusta per il proprio bambino. In altre parole, di educare. 

La maggior parte dei vegani di oggi hanno fatto una scelta maturata con il tempo e l’informazione, ma sono probabilmente cresciuti mangiando ogni tipo di prodotto animale.
Questo perché, all’epoca, i loro genitori hanno considerato che quel tipo di dieta fosse la più adatta per loro.
Se crescere un figlio vegano viene visto come “un’imposizione” allora lo è egualmente crescere un figlio onnivoro. 

È ormai dimostrato su basi scientifiche che una dieta 100% vegetale e bilanciata è adatta e benefica ad ogni stadio della vita, comprese la fase neonatale e della prima infanzia. Infatti, molti prodotti animali sono stati correlati con certezza ad alcune gravi malattie che affliggono la nostra società (alcuni tipi di diabete, di cancro, disturbi cardiovascolari, obesità e altro). 

Far seguire a proprio figlio una dieta sana e bilanciata non può di certo essere una cattiva idea.

Due piccoli commenti su quest’ultimo punto:

  • Come mai sembra esservi più criticismo nei confronti di un genitore che sceglie di crescere il proprio figlio vegano piuttosto che verso un genitore che include nella dieta della propria prole prodotti da fast food, bibite gassate e zuccherate, merendine e altri cibi notoriamente deleteri per la salute? 
  • Anticipiamo la più classica delle domande: no, il latte materno non è escluso dalla dieta di un neonato vegano. È naturale che ogni mammifero si nutra del latte della propria madre nel primissimo stadio della sua vita. Il latte materno infatti comprende tutti i nutrienti necessari al piccolo per crescere sano e forte, e quindi, ove sia possibile, è sempre raccomandabile per ogni neonato.

Per finire, crescere un figlio vegan non significa solamente “propinargli” un certo tipo di dieta. 

È auspicabile che ogni genitore educhi il proprio figlio in un ottica di rispetto nei confronti di tutti gli animali e dell’ambiente:  la filosofia vegan è senza dubbio il metodo migliore per perseguire questo obiettivo.


YSL dice basta alla pelliccia

Grazie alla pressione degli attivisti, anche questo importante marchio di moda ha detto basta alla pelliccia!

L’attivismo fa la differenza!
Lo dimostra l’importante risultato ottenuto nel campo della moda, con un altro brand che dice basta alla pelliccia.


Dopo 3 mesi di pressioni e manifestazioni davanti ai loro negozi, YSL ha deciso di eliminare la pelliccia dalle sue collezioni.

Ma non è tutto! Il gruppo Kering, di cui Saint Laurent fa parte, ha annunciato che nessuno dei suoi brand farà più uso di pelliccia.


Un’altro passo verso una moda più compassionevole che guarda agli animali per quello che sono: esseri senzienti che, come noi, vogliono essere lasciati liberi di vivere la propria vita.

Chi sarà il prossimo? Si vocifera gia che il prossimo brand a essere preso di mira dalle principali associazioni sia Moncler…e non vediamo l’ora!

Se hai la possibilità, partecipa ad azioni di attivismo a favore dei diritti degli animali. Probabilmente ci sono dei gruppi attivi nella tua zona, ad oggi praticamente ogni città ha il suo gruppo di attivisti.
L’attivismo cambia il mondo!


Specismo e Human Supremacy

Specismo” e “Human Supremacy” sono due termini che non suonano nuovi a coloro che bazzicano nel mondo dei diritti degli animali.
Sono tuttavia due concetti che sono diventati di uso comune solo in tempi recenti, e che possono non essere chiari a tutti.

Specismo

Se scrivete su word la parola “specismo”, è probabile che vi appaia la sottolineatura rossa ad indicare un errore ortografico, talmente è recente e poco usata questa parola.  
Tuttavia, ha un significato ben preciso: sta ad indicare l’attribuzione di un valore morale più alto ad alcune specie, piuttosto che ad altre.

Si tratta di una discriminazione basata sull’appartenenza ad una determinata specie animale. 
Lo specismo è incredibilmente diffuso nella società contemporanea, ed è quello che porta la maggior parte delle persone ad indignarsi per un cane maltrattato ma a considerare normale l’uccisione di massa di migliaia di mucche, maiali o polli.

Lo specismo non ha nessun fondamento logico, ma si basa prevalentemente su un sistema di pensiero deviato da secoli di “abitudini” e “tradizioni” che portano alcuni uomini a considerare alcuni animali più meritevoli di vivere di altri.

Human Supremacy

“Human Supremacy” è un’espressione usata per dare una sfumatura più marcata al concetto di antropocentrismoun’idea per la quale l’uomo si pone come centro dell’universo e come misura di tutte le cose. 
Il concetto di “human supremacy”, fa riferimento al fatto che l’uomo vive come se tutto quello che esiste sulla terra (natura, animali, risorse di ogni tipo) fosse stato creato a suo uso e consumo.
L’uomo di arroga il diritto di distruggere la natura e di sfruttare e uccidere gli animali solamente perché può, dimostrando di non ritenere degno di rispetto niente e nessun altro al di fuori dei suoi simili.

Quando il mondo maturerà, verranno finalmente meno concetti come specismo e human supremacy in favore del rispetto per ogni essere vivente e per ogni elemento che ci circonda. 


I vegani e…i canini

Se è vero che non siamo nati carnivori, perché abbiamo i canini?

Nulla da più sui nervi di quando un vegano vuole convincere un non-vegano del fatto che l’uomo non è un animale carnivoro e nemmeno onnivoro. 

I denti canini sono associati alla lacerazione delle carni, e sono quindi secondo molti la prova schiacciante del fatto che l’essere umano sia, in effetti, un animale carnivoro.

Ma non è proprio cosi.

Infatti, il mondo animale abbonda di animali notoriamente ed esclusivamente erbivori che però hanno dei canini appuntiti.
Uno fra tutti il gorilla, che dispone di 4 denti canini ben più pronunciati e “affilati” di quelli dell’uomo. Eppure, questo affascinante animale si nutre esclusivamente di alimenti 100% vegetali, fatta eccezione per qualche piccolo insetto (per il quale non serve di certo nessun canino…).

Altri esempi di animali erbivori ma con canini affilati sono il cervo muschiato, alcuni babbuini, gli ippopotami…perfino i cammelli hanno 2 paia di canini appuntiti!

Perché anche alcuni erbivori hanno i canini? Principalmente i canini servono nei confronti violenti tra esemplari della stessa specie, oppure, come nel caso del cammello, per aiutare nella masticazione di alcuni elementi vegetali molto duri come alcuni tipi di pianta legnosa. 

Inoltre, non bastano di certo 4 denti a provare la nostra appartenenza al gruppo di carnivori e/o onnivori, ecco qualche altro dato di confronto tra le caratteristiche fisiche degli esseri umani rispetto a quelle di carnivori e onnivori, che rendono gli stessi adatti a cacciare e nutrirsi di prede animali:

1) I carnivori hanno la mascella fissa e che si muove solo in senso verticale adatta ad afferrare e smembrare la preda. Gli umani, come gli erbivori e i frugivori, hanno una mascella mobile che si può muovere anche lateralmente per la masticazione dei vegetali.

2) I carnivori hanno degli artigli retrattili e affilati al fine di afferrare e smembrare la preda, gli esseri umani hanno delle mani senza artigli, come quelle dei frugivori, più adatte a prendere e raccogliere frutti e altri tipi di piante e semi.

3) L’intestino dei carnivori è circa 5 volte la lunghezza del loro tronco, mentre quello degli umani è circa 10 volte la lunghezza del tronco, altro elemento comune con gli altri frugivori.

4) I carnivori possiedono un enzima che si chiama uricasi e che serve a digerire l’acido urico presente nella carne, gli esseri umani ne sono sprovvisti.

5) I carnivori hanno un ph gastrico molto basso che gli permette di digerire la carne e di uccidere i batteri tipicamente presenti nella carne morta. Gli umani hanno un ph gastrico neutro (ph più elevato rispetto ai carnivori), proprio come gli altri erbivori e frugivori. 

Quindi, seppur vero che nella preistoria i nostri antenati hanno dovuto iniziare a mangiare la carne per necessità di sopravvivenza (cosa che per fortuna non è più necessaria al giorno d’oggi), le evidenze scientifiche ci indicano che, senza ombra di dubbio, non siamo carnivori né onnivori di natura. 


Saks Fifth Avenue dice basta alle pellicce

I più grandi marchi del lusso stanno, a uno a uno, eliminando le pellicce dalle proprie collezioni, e cosi stanno facendo anche i rivenditori d’alta gamma che non espongono più questi capi nelle loro vetrine. 

Questo importante traguardo è il frutto dell’instancabile lavoro di decine e decine di attivisti per i diritti per gli animali, che tramite azioni di disobbedienza civile, proteste pacifiche e campagne digitali, hanno convinto anche Saks Fifth Avenue a togliere le pellicce vere dai suoi punti vendita a entro la fine del 2022.

Speriamo che sia solo il primo passo verso una moda 100% vegan, in cui gli animali non vengono sfruttati e brutalmente uccisi solo per soddisfare la vanità degli esseri umani. 

Per saperne di più degli attivisti che si battono per l’abolizione della vendita di pelliccia e che hanno contribuito a questa vittoria (e molte altre) puoi visitare su instagram @caftusa oppure l’attivista @rob__banks. Grazie al loro lavoro e alla partecipazione di tanti altri attivisti, siamo sicuri che a questa vittoria ne seguiranno molte altre!


Vegani, pescetariani, vegetariani…

…e chi sono i flexitarian?

Non solo vegani: con l’avvento di una nuova attenzione al cibo e al modo in cui viene prodotto, è nata tutta una serie di “nuovi” regimi alimentari, ognuno con la sua definizione.
La moltitudine di questi neologismi, in continua evoluzione, può risultare confusa, ma in realtà ogni termine rappresenta una vera e propria lista di ciò che si può e che non si può mangiare.

Ecco un piccolo glossario dei più comuni per meglio orientarsi in questa nuova giungla:

VEGAN
Non si consuma nessun prodotto di origine animale: esclude carne, pesce, compresi crostacei e molluschi, miele, latticini, uova e ogni altro prodotto contenente ingredienti di derivazione animale.
Lo stile di vita vegano si allarga anche alle sfere dell’abbigliamento, del beauty e molto altro, in cui si rifiuta qualsiasi prodotto o servizio contenente componenti animali o per il quale siano stati sfruttati degli animali.

PLANT-BASED
Come nello stile di vita vegano, non prevede nessun prodotto di origine animale, ma si limita alla sfera del cibo.

WHOLE FOOD
Solitamente è anche plant based, e prevede solo prodotti di stagione non processati o leggermente processati: quindi nessun cibo pronto, cereali esclusivamente integrali, etc.

VEGETARIANO
Non si consuma né carne né pesce né alimenti che presentino queste due categorie nella lista degli ingredienti. Si consumano tuttavia altri prodotti di origine animale quali uova, latte, formaggio e miele.

FLEXITARIAN
Si segue uno stile di vita prevalentemente vegetariano, consumando però carne e pesce di tanto in tanto.

PESCETARIAN
Esclude la carne ma ammette il pesce e tutti gli altri prodotti derivati dagli animali.

BEEGAN
Si tratta di un’alimentazione vegana, ma ammette il consumo di miele (bee = ape).

VEGAN-BEFORE-6
Prevede una dieta vegana e whole foods, ma solo fino alle 6 del pomeriggio. A cena, si mangia ciò che si vuole: dalla carne al pesce ai latticini.

FRUTTARIANO
Prevede esclusivamente frutta fresca, secca e alcuni tipi di semi

CRUDISTA
Può essere anche vegano, vegetariano, o addirittura onnivoro, ma prevede il consumo ogni prodotto crudo. Minime alterazioni sono tollerate (come l’essiccazione) ma niente che modifichi eccessivamente le proprietà nutrizionali di un cibo.

Alcuni considerano questi diversi regimi alimentari come diversi “stadi” di un percorso. Ad esempio è molto il comune il percorso onnivoro / pescetariano / vegetariano / vegano, e non di rado molti vegani si avvicinano con il tempo ad una dieta sempre più whole food.

La crescente poplarità di tutti questi regimi alimentari, indica che al giorno d’oggi si fa sempre più attenzione a ciò che si mangia. Senza dubbio questa è un’ottima notizia!
Ma attenzione: solo perché si modifica una dieta, non significa che ci si stia nutrendo in modo più salutare. Ogni dieta ha i suoi pro ed i suoi contro, ed è bene affrontare ogni cambio alimentare con giudizio e informazione.

Spezziamo, ancora una volta, una lancia a favore dell’alimentazione vegana (e degli affini, come plant-based): l’unica che oltre a giovare alla salute, rispetta anche tutti gli altri esseri viventi e l’ambiente. 


La vita di una mucca da latte

Una triste esistenza

La cosiddetta “mucca da latte” ha una vita breve e dolorosa.
Dal momento in cui a nasce a quello in cui muore, sperimenta principalmente dolore, distacco, tristezza e paura.
Tutto perché qualcuno vuole un pezzo di formaggio, una tazza di latte o un cono gelato.

Ecco in breve, il ciclo di vita di una mucca da latte.

1: la mucca viene ingravidata artificialmente
A circa i 15 mesi, la mucca può iniziare il suo percorso per diventare un’efficiente e produttiva mucca da latte.
A quell’età viene portata per la prima volta in un’area di travaglio o cattle crush: una gabbia che le impedisce ogni movimento mentre viene artificialmente inseminata. In breve, un allevatore le infila un braccio nell’ano e una siringa nella vagina iniettandole lo sperma prelevato forzosamente da un toro.

2: la nascita del vitello 
Dopo 9 mesi circa nasce il vitello.
A seconda degli allevamenti, il vitello viene separato dalla madre entro qualche ora o qualche giorno.
In alcuni allevamenti, si preleva il colostrum (la primissima secrezione della mucca, estremamente ricca di nutrienti) nelle prime ore seguenti il parto: se è di buona qualità verrà prelevato e utilizzato nella produzione di medicinali, altrimenti il vitello potrà consumarlo guadagnandosi qualche ora in più con la mamma.
Il momento in cui il vitello viene sottratto alla madre è straziante. Ecco uno dei video che mostrano mucche che combattono gli allevatori per salvare il vitello o che rincorrono il furgone che lo porta via.

3: la mungitura
Da quel momento in poi la mucca verrà munta più volte al giorno, con attrezzature che possono facilmente provocare dolore, cosicché il latte possa essere destinato agli esseri umani, anziché al vitello, come natura vorrebbe.
Una mucca da latte ad oggi viene spinta a produrre circa 10 volte la quantità di latte che produrrebbe naturalmente.

Dopo qualche mese, la mucca è pronta per essere nuovamente ingravidata.


Queste 3 fasi vengono ripetute fintanto che la mucca possa essere considerata “produttiva”.

A causa delle ripetute gravidanze, delle mungiture eccessive, delle misere condizioni di vita e del dolore inflittole ogni giorno, la mucca “si esaurisce” molto presto. Attorno ai 5 anni d’età spesso queste non sono più in grado di reggersi in piedi o camminare: è il momento di inviarle al mattatoio per essere macellate e produrre carne di bassa qualità.

E cosa succede ai vitelli che vengono portati via?
Se sono femmine possono essere di futura utilità nell’industria del latte, e quindi vengono portate in spazi appositi in cui vengono nutrite con sostanze artificiali o con colostrum di bassa qualità. A 15 mesi saranno pronte per essere ingravidate e percorrere lo stesso triste percorso che è toccato alle loro madri.
Se il vitello è maschio, è inutile all’industria del latte. Il vitello viene quindi ucciso a pochi attimi dalla nascita (dopotutto è un prodotto di scarto), lasciato morire di fame, oppure spedito ad altri allevamenti per vivere circa 18 mesi in condizioni più o meno pietose fino al momento di venire sgozzato e macellato per diventare “carne di vitello”.

Durante la sua vita, una mucca da latte vive un incubo ancora più lungo e terribile di quello dei bovini allevati per la carne.
Il continuo sfruttamento, gli ormoni per aumentare fertilità e produzione di latte, l’impossibilità di muoversi, l’essere sempre attaccata a macchinari per la mungitura che provocano dolore e infezioni (e che aggiungono pus e sangue al tuo bicchiere di latte), consumano letteralmente il povero animale, che in buone condizioni vivrebbe fino a 20-25 anni, ma per questa industria è “da buttare” attorno ai 4 o 5.
Le mucche che non riescono più a camminare o i vitelli che ancora non hanno imparato ad alzarsi vengono spostati con l’ausilio di gru, ruspe, carriole, o vengono trascinati per le zampe con l’aiuto di corde: trattati come merce, non come esseri viventi.

La testimonianza di un ex allevatore racconta di una mucca che, all’insaputa del suo allevatore, era incinta di gemelli. Dopo il parto, riuscì a a nasconderne uno, sotto il fieno, memore di tutti quelli che le erano stati sottratti. In questo modo, avrà pensato, non me lo prenderanno.  Ma dopo qualche giorno l’allevatore lo trovò, e come face sempre con quelli precedenti, glielo portò via.

Per saperne di più.


I vegani, che mangiano quinoa dal Perù e avocado dal Messico

La differenza tra seguire un regime alimentare e saper fare la spesa con coscienza

Numerosi detrattori della filosofia vegan si accaniscono contro l’accostamento di questo stile di vita ai concetti di eticità e sostenibilità.

Una delle principali accuse è che i vegani non possono definirsi “etici” perché “mangiano un sacco di quinoa e avocado”. I due prodotti, originari di paesi piuttosto poveri (come Perù e Bolivia e Messico), stanno vivendo un boom nella domanda. L’improvviso aumento della profittabilità dei due alimenti, in paesi caratterizzati da situazioni di povertà e diseguaglianza economica, ha dato origine a disordini socio-economici, corruzione, e addirittura a fenomeni di banditismo. Secondo alcuni, questi fenomeni sarebbero da imputare ai vegani, che li sostengono indirettamente attraverso il consumo dei prodotti in questione.

Ma i vegani non si possono neanche definire “sostenibili”.
Infatti l’aumento della domanda, e quindi della produzione di quinoa e avocado ha comportato l’aumento della deforestazione per far spazio alle monocolture di questi prodotti.
Per non parlare della soia. I vegani consumano tofu, tempeh, latte di soia, burger di soia…tutto di soia! Ed è proprio questo vegetale ad essere il colpevole della deforestazione di ettari ed ettari di foresta amazzonica ogni giorno.

Andiamo per punti:
L’avocado e la quinoa sono alimenti dalle incredibili proprietà benefiche, piacevoli al gusto e versatili in cucina. Questo non significa che rappresentino la maggior parte della dieta di un vegano, anzi, quella vegan è una dieta estremamente variata. Significa piuttosto che si sono guadagnati un posto d’onore nella cosiddetta “cucina healthy”, che riguarda tanto il mondo vegan quanto quello onnivoro.
Con il diffondersi di tendenze come la “cucina sana” e di nuove mode alimentari come il brunch (per me un avocado toast, grazie), non sono di certo “i vegani” a trascinare il consumo di questi alimenti, ma ne è responsabile tutta la società che segue i trend di oggi.
Per quanto riguarda la soia, invece, tra il 70% e l‘80% della produzione mondiale di questo vegetale, è destinata a nutrire gli animali da allevamento poi consumati dagli onnivori, che sono quindi i veri motori della domanda di soia (e quindi, della deforestazione amazzonica). Nonostante questi dati, c’è chi sostiene che in realtà, se diventassimo tutti vegani, la produzione di soia aumenterebbe a superare le quantità coltivate oggi per nutrire il bestiame. Ma è una teoria decisamente debole, soprattutto considerando che le mucche del mondo consumano ogni giorno circa 135 miliardi di libbre di cibo, mentre la popolazione umana ne mangia circa 21 miliardi.
Ma se davvero il consumo “vegano” di soia preoccupa cosi tanto, si pensi alle nuove alternative che oggi fioriscono nel mercato: non più hamburger di soia ma Beyond Meat; non più latte di soia ma latte d’avena, di riso, di cocco; non più gelato di soia ma gelato a base di anacardo, di cocco…

La verità è che tutte queste critiche hanno decisamente più a che vedere con il saper fare la spesa con buon senso, piuttosto che con l’adesione ad uno stile di vita vegano.

Prendiamo ad esempio queste “regole” per quando si fa spesa:

  • Km 0: prediligere prodotti non importati, provenienti quanto più possibile dalle regioni limitrofe alla zona dell’acquisto e del consumo
  • stagionalità: mangiare prodotti tipici del periodo dell’anno in corso, evitando prodotti che potrebbero essere importati da altre zone del mondo o coltivati con tecniche non sostenibili come l’utilizzo intensivo di celle frigo o serre riscaldate 
  • zero waste: evitare prodotti in packaging specialmente di plastica, comprare prodotti sfusi ultilizzando i propri barattoli o sacchetti riutilizzabili, portare le proprie borse al supermercato, etc…
  • tracciabilità: accertarsi della provenienza dei prodotti e prediligere filiere certificate e trasparenti
  • commercio equo-solidale: un tipo di commercio che contribuisce allo sviluppo sostenibile di paesi del “Sud del mondo” tramite la garanzia di migliori condizioni economiche e diritti ai produttori e ai lavoratori di quelle zone.

Se si seguono queste semplici abitudini, si evitano automaticamente gli acquisti che causano i disagi sociali menzionate in apertura.
Queste “regole” possono essere seguite da un vegano cosi come da un onnivoro: il tipo di regime alimentare non ha sempre a che vedere con l’applicazione del buon senso (o quasi…).

Ma bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare, e quindi poniamo l’accento sul fatto che a “parità di sostenibilità sociale”, una spesa totalmente vegetale sarà sempre e comunque più “etica” e “sostenibile” di una spesa onnivora. Infatti, l’acquisto di prodotti d’origine animale non può rientrare nella definizione di “spesa sostenibile” a causa dell’alto impatto ambientale che ha la produzione degli stessi. Inoltre, non può nemmeno dirsi “etica”, a causa delle crudeltà che gli animali subiscono negli allevamenti e nei macelli.
Insomma, una carota sarà comunque più sostenibile di una forma di parmigiano, e una manciata di farro sarà sempre più etica di un pezzo di vitello.


Perché il miele no?

Il miele è per le api.

Che una dieta vegana escluda il consumo di miele può essere una sorpresa per molti, infatti capita spesso di trovare la “Brioche vegana al miele”…

In linea di massima, la questione è semplice: il miele viene prodotto dalle api, quindi è un prodotto di origine animale.


Inoltre ci sono diversi elementi relativi alla produzione del miele che non sono molto conosciuti, e che possono spiegare ancor meglio perché il miele non è un alimento vegan.
Le api producono miele come cibo da consumare durante l’inverno. Ma quel miele è destinato all’uomo, quindi dopo il prelievo dall’alveare, lo si sostituisce con dello zucchero (o altre sostanze simili) che funga da cibo per le api. Per questi animali, una dieta a base di sostanze che non siano il loro miele, comporta un importante abbassamento delle difese immunitarie. Questo rende le api più soggette ad alcune malattie e fa sorgere la necessità di somministrare medicine e antibiotici (nei paesi in cui è permesso).

Ma non è tutto. Ecco altre pratiche a cui le api vengono sottoposte per la produzione del miele:

  • uccisione e mutilazione di molti esemplari durante le pratiche di estrazione del miele (che comprendono scossoni, getti forti di aria, etc)
  • recisione delle ali dell’ape regina al cambio dell’alveare affinché non possa volare via
  • uccisione ogni 2 anni circa dell’ape regina quando la sua capacità di deporre uova diminuisce
  • problemi fisici dovuti alla selezione genetica

È da segnalare come le attività di allevamento delle api pongano anche un problema ecologico.
L’aumento di esemplari “da miele” comporta il cambiamento dei “pattern” di impollinazione in natura, entrando in contrasto con l’attività delle api selvatiche, che tendono a diminuire. La perdita delle api selvatiche è un problema grave: questi animali infatti, ricoprono un ruolo fondamentale nel mantenimento della biodiversità e nella conservazione naturale attraverso l’attività di impollinazione.

Da ultimo, ma non per importanza, ricordiamo anche come gli alveari abbiano dei predatori naturali come l’orso ed il tasso del miele. Nei luoghi in cui questi animali sono presenti è frequente che siano bersaglio di caccia degli apicoltori che vogliono evitare il danno economico.


Vitamina B12 e Vitamina D

Da dove vengono e a cosa servono le vitamine B12 e D

Chi è vegano sa, che alla classica domanda “ma le proteine dove le prendi?” è seconda solamente “…e la B12?”.
Facciamo luce sulla questione vitamine, prendendo in considerazione la B12 e la vitamina D.

LA VITAMINA B12

La vitamina B12 è prodotta da alcuni batteri che si trovano nel terreno. A causa dell’intenso utilizzo di pesticidi e altri elementi chimici in agricoltura, i prodotti vegetali vengono igenizzati approfonditamente prima della messa in commercio, eliminando anche ogni traccia di B12 residua.
Questa vitamina è invece presente nei prodotti di origine animale. Infatti, usualmente, si somministrano al bestiame degli integratori di B12, tranne in rari casi in cui gli animali possono ancora assumere la B12 in modo naturale tramite il pascolo.

La vitamina B12 é essenziale per il metabolismo dei grassi, delle proteine e per la replicazione del DNA. Una carenza importante e/o cronica, può causare diversi problemi al sistema nervoso, anche gravi. Con una dieta vegana è possible assumere la B12 principalmente attraverso:

  • integratori
  • cibi fortificati (cereali, barrette, succhi…)
  • lievito alimentare

Gli esperti consigliano l’assunzione della vitamina B12, in forma di cianobalamina, principalmente attraverso gli integratori. La quantità giornaliera raccomandata è di 25-100mcg al giorno, ed il fabbisogno aumenta con l’avanzare dell’età.

LA VITAMINA D

La vitamina D è un elemento essenziale alla calcificazione delle ossa e per la regolazione dei livelli di calcio e fosforo nel sangue. Una carenza può portare a osteopenia, osteoporosi e debolezza muscolare.
Questa vitamina viene sintetizzata dal nostro corpo attraverso l’esposizione ai raggi solari: 10-20 minuti al giorno di sole su volto e braccia scoperti assicurano la giusta produzione di vitamina D, soprattutto per le persone di giovane/mezza età.
Tuttavia, durante i mesi invernali o in presenza di altri elementi che limitano la possibilità di esporsi al sole, può manifestarsi una carenza.
Per assumere la vitamina D attraverso il cibo con una dieta vegana si può far affidamento su:

  • integratori
  • cibi fortificarti

Per quanto riguarda gli integratori, si possono utilizzare nella forma di vitamina D2 (che sono quasi sempre vegan) o nella forma di vitamina D3 che è però più difficile da reperire in versione vegan.

Ma la carenza di vitamina B12 e vitamina D riguardano solo “i vegani”?
La risposta è no.
Come già detto, anche la B12 presente negli animali deriva dagli integratori. Se la dieta di questi animali non viene sufficientemente integrata, gli alimenti che ne derivano saranno, a loro volta, carenti in B12.
Inoltre, sempre più persone manifestano problemi nell’assorbimento della vitamina, che possono portare ad una carenza della stessa.
I cibi animali che contengono vitamina D sono solamente le uova e alcuni tipi di pesce grasso. Tuttavia, questi alimenti, non sono sufficientemente ricchi di vitamina D per garantirne il corretto apporto. Ciò significa che, se chi segue una dieta onnivora non si espone sufficientemente al sole, potrebbe facilmente incorrere in una carenza di vitamina D.

La carenza di queste due vitamine riguarda quindi sia il mondo vegano che quello onnivoro. Mentre in una dieta vegana queste vitamine vengono generalmente e facilmente integrate, il mondo onnivoro rischia di sottovalutare queste carenze dando per scontato l’assunzione di vitamina D e B12 tramite il cibo.