È giusto che i bambini siano vegani?

Quando qualcuno cresce i suoi figli secondo una dieta vegana viene subito additato come qualcuno che “impone” qualcosa ai suoi figli. Ma c’è differenza tra “imposizione” e “educazione”.

L’educazione dei figli è un argomento delicato che pone importanti quesiti a ogni genitore. 

In molti si chiedono: che sia giusto “imporre” anche a mio figlio una decisione che ho preso io? E se la domanda non se la pone il genitore vegano, ci penserà sicuramente qualcuno al posto suo “ma il bambino…non lo farai mica mangiare vegano??”.

La nostra risposta sarebbe: “e perché mai non dovrei?!”

Un genitore, per definizione, è tenuto a prendere in prima persona le decisioni che riguardano il proprio figlio. Non si tratta di imporre, ma bensì di scegliere quella che si crede essere la strada giusta per il proprio bambino. In altre parole, di educare. 

La maggior parte dei vegani di oggi hanno fatto una scelta maturata con il tempo e l’informazione, ma sono probabilmente cresciuti mangiando ogni tipo di prodotto animale.
Questo perché, all’epoca, i loro genitori hanno considerato che quel tipo di dieta fosse la più adatta per loro.
Se crescere un figlio vegano viene visto come “un’imposizione” allora lo è egualmente crescere un figlio onnivoro. 

È ormai dimostrato su basi scientifiche che una dieta 100% vegetale e bilanciata è adatta e benefica ad ogni stadio della vita, comprese la fase neonatale e della prima infanzia. Infatti, molti prodotti animali sono stati correlati con certezza ad alcune gravi malattie che affliggono la nostra società (alcuni tipi di diabete, di cancro, disturbi cardiovascolari, obesità e altro). 

Far seguire a proprio figlio una dieta sana e bilanciata non può di certo essere una cattiva idea.

Due piccoli commenti su quest’ultimo punto:

  • Come mai sembra esservi più criticismo nei confronti di un genitore che sceglie di crescere il proprio figlio vegano piuttosto che verso un genitore che include nella dieta della propria prole prodotti da fast food, bibite gassate e zuccherate, merendine e altri cibi notoriamente deleteri per la salute? 
  • Anticipiamo la più classica delle domande: no, il latte materno non è escluso dalla dieta di un neonato vegano. È naturale che ogni mammifero si nutra del latte della propria madre nel primissimo stadio della sua vita. Il latte materno infatti comprende tutti i nutrienti necessari al piccolo per crescere sano e forte, e quindi, ove sia possibile, è sempre raccomandabile per ogni neonato.

Per finire, crescere un figlio vegan non significa solamente “propinargli” un certo tipo di dieta. 

È auspicabile che ogni genitore educhi il proprio figlio in un ottica di rispetto nei confronti di tutti gli animali e dell’ambiente:  la filosofia vegan è senza dubbio il metodo migliore per perseguire questo obiettivo.


I vegani, che mangiano quinoa dal Perù e avocado dal Messico

La differenza tra seguire un regime alimentare e saper fare la spesa con coscienza

Numerosi detrattori della filosofia vegan si accaniscono contro l’accostamento di questo stile di vita ai concetti di eticità e sostenibilità.

Una delle principali accuse è che i vegani non possono definirsi “etici” perché “mangiano un sacco di quinoa e avocado”. I due prodotti, originari di paesi piuttosto poveri (come Perù e Bolivia e Messico), stanno vivendo un boom nella domanda. L’improvviso aumento della profittabilità dei due alimenti, in paesi caratterizzati da situazioni di povertà e diseguaglianza economica, ha dato origine a disordini socio-economici, corruzione, e addirittura a fenomeni di banditismo. Secondo alcuni, questi fenomeni sarebbero da imputare ai vegani, che li sostengono indirettamente attraverso il consumo dei prodotti in questione.

Ma i vegani non si possono neanche definire “sostenibili”.
Infatti l’aumento della domanda, e quindi della produzione di quinoa e avocado ha comportato l’aumento della deforestazione per far spazio alle monocolture di questi prodotti.
Per non parlare della soia. I vegani consumano tofu, tempeh, latte di soia, burger di soia…tutto di soia! Ed è proprio questo vegetale ad essere il colpevole della deforestazione di ettari ed ettari di foresta amazzonica ogni giorno.

Andiamo per punti:
L’avocado e la quinoa sono alimenti dalle incredibili proprietà benefiche, piacevoli al gusto e versatili in cucina. Questo non significa che rappresentino la maggior parte della dieta di un vegano, anzi, quella vegan è una dieta estremamente variata. Significa piuttosto che si sono guadagnati un posto d’onore nella cosiddetta “cucina healthy”, che riguarda tanto il mondo vegan quanto quello onnivoro.
Con il diffondersi di tendenze come la “cucina sana” e di nuove mode alimentari come il brunch (per me un avocado toast, grazie), non sono di certo “i vegani” a trascinare il consumo di questi alimenti, ma ne è responsabile tutta la società che segue i trend di oggi.
Per quanto riguarda la soia, invece, tra il 70% e l‘80% della produzione mondiale di questo vegetale, è destinata a nutrire gli animali da allevamento poi consumati dagli onnivori, che sono quindi i veri motori della domanda di soia (e quindi, della deforestazione amazzonica). Nonostante questi dati, c’è chi sostiene che in realtà, se diventassimo tutti vegani, la produzione di soia aumenterebbe a superare le quantità coltivate oggi per nutrire il bestiame. Ma è una teoria decisamente debole, soprattutto considerando che le mucche del mondo consumano ogni giorno circa 135 miliardi di libbre di cibo, mentre la popolazione umana ne mangia circa 21 miliardi.
Ma se davvero il consumo “vegano” di soia preoccupa cosi tanto, si pensi alle nuove alternative che oggi fioriscono nel mercato: non più hamburger di soia ma Beyond Meat; non più latte di soia ma latte d’avena, di riso, di cocco; non più gelato di soia ma gelato a base di anacardo, di cocco…

La verità è che tutte queste critiche hanno decisamente più a che vedere con il saper fare la spesa con buon senso, piuttosto che con l’adesione ad uno stile di vita vegano.

Prendiamo ad esempio queste “regole” per quando si fa spesa:

  • Km 0: prediligere prodotti non importati, provenienti quanto più possibile dalle regioni limitrofe alla zona dell’acquisto e del consumo
  • stagionalità: mangiare prodotti tipici del periodo dell’anno in corso, evitando prodotti che potrebbero essere importati da altre zone del mondo o coltivati con tecniche non sostenibili come l’utilizzo intensivo di celle frigo o serre riscaldate 
  • zero waste: evitare prodotti in packaging specialmente di plastica, comprare prodotti sfusi ultilizzando i propri barattoli o sacchetti riutilizzabili, portare le proprie borse al supermercato, etc…
  • tracciabilità: accertarsi della provenienza dei prodotti e prediligere filiere certificate e trasparenti
  • commercio equo-solidale: un tipo di commercio che contribuisce allo sviluppo sostenibile di paesi del “Sud del mondo” tramite la garanzia di migliori condizioni economiche e diritti ai produttori e ai lavoratori di quelle zone.

Se si seguono queste semplici abitudini, si evitano automaticamente gli acquisti che causano i disagi sociali menzionate in apertura.
Queste “regole” possono essere seguite da un vegano cosi come da un onnivoro: il tipo di regime alimentare non ha sempre a che vedere con l’applicazione del buon senso (o quasi…).

Ma bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare, e quindi poniamo l’accento sul fatto che a “parità di sostenibilità sociale”, una spesa totalmente vegetale sarà sempre e comunque più “etica” e “sostenibile” di una spesa onnivora. Infatti, l’acquisto di prodotti d’origine animale non può rientrare nella definizione di “spesa sostenibile” a causa dell’alto impatto ambientale che ha la produzione degli stessi. Inoltre, non può nemmeno dirsi “etica”, a causa delle crudeltà che gli animali subiscono negli allevamenti e nei macelli.
Insomma, una carota sarà comunque più sostenibile di una forma di parmigiano, e una manciata di farro sarà sempre più etica di un pezzo di vitello.


Perché il miele no?

Il miele è per le api.

Che una dieta vegana escluda il consumo di miele può essere una sorpresa per molti, infatti capita spesso di trovare la “Brioche vegana al miele”…

In linea di massima, la questione è semplice: il miele viene prodotto dalle api, quindi è un prodotto di origine animale.


Inoltre ci sono diversi elementi relativi alla produzione del miele che non sono molto conosciuti, e che possono spiegare ancor meglio perché il miele non è un alimento vegan.
Le api producono miele come cibo da consumare durante l’inverno. Ma quel miele è destinato all’uomo, quindi dopo il prelievo dall’alveare, lo si sostituisce con dello zucchero (o altre sostanze simili) che funga da cibo per le api. Per questi animali, una dieta a base di sostanze che non siano il loro miele, comporta un importante abbassamento delle difese immunitarie. Questo rende le api più soggette ad alcune malattie e fa sorgere la necessità di somministrare medicine e antibiotici (nei paesi in cui è permesso).

Ma non è tutto. Ecco altre pratiche a cui le api vengono sottoposte per la produzione del miele:

  • uccisione e mutilazione di molti esemplari durante le pratiche di estrazione del miele (che comprendono scossoni, getti forti di aria, etc)
  • recisione delle ali dell’ape regina al cambio dell’alveare affinché non possa volare via
  • uccisione ogni 2 anni circa dell’ape regina quando la sua capacità di deporre uova diminuisce
  • problemi fisici dovuti alla selezione genetica

È da segnalare come le attività di allevamento delle api pongano anche un problema ecologico.
L’aumento di esemplari “da miele” comporta il cambiamento dei “pattern” di impollinazione in natura, entrando in contrasto con l’attività delle api selvatiche, che tendono a diminuire. La perdita delle api selvatiche è un problema grave: questi animali infatti, ricoprono un ruolo fondamentale nel mantenimento della biodiversità e nella conservazione naturale attraverso l’attività di impollinazione.

Da ultimo, ma non per importanza, ricordiamo anche come gli alveari abbiano dei predatori naturali come l’orso ed il tasso del miele. Nei luoghi in cui questi animali sono presenti è frequente che siano bersaglio di caccia degli apicoltori che vogliono evitare il danno economico.


Vitamina B12 e Vitamina D

Da dove vengono e a cosa servono le vitamine B12 e D

Chi è vegano sa, che alla classica domanda “ma le proteine dove le prendi?” è seconda solamente “…e la B12?”.
Facciamo luce sulla questione vitamine, prendendo in considerazione la B12 e la vitamina D.

LA VITAMINA B12

La vitamina B12 è prodotta da alcuni batteri che si trovano nel terreno. A causa dell’intenso utilizzo di pesticidi e altri elementi chimici in agricoltura, i prodotti vegetali vengono igenizzati approfonditamente prima della messa in commercio, eliminando anche ogni traccia di B12 residua.
Questa vitamina è invece presente nei prodotti di origine animale. Infatti, usualmente, si somministrano al bestiame degli integratori di B12, tranne in rari casi in cui gli animali possono ancora assumere la B12 in modo naturale tramite il pascolo.

La vitamina B12 é essenziale per il metabolismo dei grassi, delle proteine e per la replicazione del DNA. Una carenza importante e/o cronica, può causare diversi problemi al sistema nervoso, anche gravi. Con una dieta vegana è possible assumere la B12 principalmente attraverso:

  • integratori
  • cibi fortificati (cereali, barrette, succhi…)
  • lievito alimentare

Gli esperti consigliano l’assunzione della vitamina B12, in forma di cianobalamina, principalmente attraverso gli integratori. La quantità giornaliera raccomandata è di 25-100mcg al giorno, ed il fabbisogno aumenta con l’avanzare dell’età.

LA VITAMINA D

La vitamina D è un elemento essenziale alla calcificazione delle ossa e per la regolazione dei livelli di calcio e fosforo nel sangue. Una carenza può portare a osteopenia, osteoporosi e debolezza muscolare.
Questa vitamina viene sintetizzata dal nostro corpo attraverso l’esposizione ai raggi solari: 10-20 minuti al giorno di sole su volto e braccia scoperti assicurano la giusta produzione di vitamina D, soprattutto per le persone di giovane/mezza età.
Tuttavia, durante i mesi invernali o in presenza di altri elementi che limitano la possibilità di esporsi al sole, può manifestarsi una carenza.
Per assumere la vitamina D attraverso il cibo con una dieta vegana si può far affidamento su:

  • integratori
  • cibi fortificarti

Per quanto riguarda gli integratori, si possono utilizzare nella forma di vitamina D2 (che sono quasi sempre vegan) o nella forma di vitamina D3 che è però più difficile da reperire in versione vegan.

Ma la carenza di vitamina B12 e vitamina D riguardano solo “i vegani”?
La risposta è no.
Come già detto, anche la B12 presente negli animali deriva dagli integratori. Se la dieta di questi animali non viene sufficientemente integrata, gli alimenti che ne derivano saranno, a loro volta, carenti in B12.
Inoltre, sempre più persone manifestano problemi nell’assorbimento della vitamina, che possono portare ad una carenza della stessa.
I cibi animali che contengono vitamina D sono solamente le uova e alcuni tipi di pesce grasso. Tuttavia, questi alimenti, non sono sufficientemente ricchi di vitamina D per garantirne il corretto apporto. Ciò significa che, se chi segue una dieta onnivora non si espone sufficientemente al sole, potrebbe facilmente incorrere in una carenza di vitamina D.

La carenza di queste due vitamine riguarda quindi sia il mondo vegano che quello onnivoro. Mentre in una dieta vegana queste vitamine vengono generalmente e facilmente integrate, il mondo onnivoro rischia di sottovalutare queste carenze dando per scontato l’assunzione di vitamina D e B12 tramite il cibo.